Ci sono autori che si scelgono e autori che accadono. James Hillman è stato, per me, della seconda categoria. Non l’ho cercato in libreria seguendo una recensione o il consiglio di qualcuno: è entrato nel mio scaffale per vie oblique, una per volta, nel corso di anni — e ogni volta che uno dei suoi libri arrivava, capivo di averlo aspettato senza saperlo. Guardando ora i miei otto volumi di Hillman allineati insieme, vedo che raccontano un percorso — il mio, oltre che il suo.

Oggi è il 12 aprile: il compleanno di James Hillman. Era nato nel 1926 ad Atlantic City, nel New Jersey, ed è morto nel 2011 a Thompson, nel Connecticut. Era un Ariete — e non uso questa parola come ornamento astrologico, ma come chiave interpretativa che, a conoscerla, illumina qualcosa di reale. Sole, Luna e Mercurio tutti in Ariete: pensava, sentiva e comunicava con la stessa energia — diretta, incandescente, senza filtri diplomatici. Era un apripista nel senso più preciso del termine: il segno che rompe il recinto non per distruggerlo ma perché sente che oltre c’è qualcosa di vivo che aspetta. Marte e Giove in Acquario temperavano quell’istinto con una visione collettiva — non rompeva per sé, rompeva per tutti, o almeno così sembrava voler fare. Saturno in Scorpione gli dava la capacità di andare in profondità senza illusioni, di guardare la fine senza distogliere lo sguardo. Si sente, in certi suoi libri, quella qualità rara: il coraggio di stare nel buio senza fretta di uscirne.
Da Freud a Jung, e oltre
Per capire cosa ha fatto Hillman bisogna partire da dove lui ha iniziato: dentro la tradizione analitica. Ha studiato all’Istituto Jung di Zurigo, ne è diventato direttore, ha pubblicato la sua prima opera importante — Il suicidio e l’anima, 1964 — mentre era ancora immerso in quell’ambiente. Ma già in quel libro si percepisce qualcosa che preme oltre i confini della clinica ricevuta.
Da Freud, Hillman eredita l’idea che la psiche parli in modo obliquo — attraverso sogni, sintomi, immagini che sfuggono al controllo della ragione. Ma rifiuta il riduzionismo biologico e il modello idraulico della libido: quella visione della psiche come sistema di energie da incanalare, da reprimere o da sublimare, come se l’anima fosse una tubatura che può esplodere o intasarsi. Per Hillman, l’energia psichica non è una forza meccanica: è immaginazione in perenne movimento.
Da Jung eredita il pensiero per immagini, il concetto di archetipo, l’attenzione al mito e all’inconscio collettivo. Ma compie due spostamenti che cambiano tutto. Il primo: decentra l’Io. Per Jung il processo di individuazione ha ancora un centro — il Sé — verso cui la psiche tende come verso un compimento. Per Hillman questa teleologia è una trappola: la psiche è policentrica, plurale, abitata da molti dèi simultaneamente. Non c’è un’unica narrativa di crescita verso cui tutti dobbiamo tendere. Il secondo spostamento: depatologizza il mito. Jung tende a usare i miti come codici che il terapeuta decifra per restituire salute al paziente. Hillman vuole invece che le immagini mitiche vivano in quanto tali, senza essere tradotte in diagnosi.
Il gesto fondamentale — e più radicale — della sua psicologia archetipica è proprio questo: restituire dignità al sintomo. La depressione non è un guasto da riparare: è Saturno, è la discesa agli inferi, è un’anima che chiede profondità. L’iperattività non è un deficit: potrebbe essere Mercurio, un’energia che non ha ancora trovato il suo mito adeguato. Questo non significa ignorare la sofferenza — significa chiederle cosa vuole dire, invece di zittirla.

In un’epoca in cui le diagnosi si moltiplicano, in cui i bambini vengono sempre più spesso inquadrati in categorie cliniche prima ancora di essere ascoltati, in cui la diversità psichica tende a essere corretta invece che compresa, rileggere Hillman è quasi un atto politico. Non perché lui fosse un ideologo — era tutt’altro — ma perché la sua domanda fondamentale resta senza risposta: chi ha deciso che cosa è normale?
Il mito come grammatica dell’anima
Al centro della psicologia archetipica c’è una scommessa: che i miti greci non siano racconti del passato, ma la grammatica permanente della psiche umana. Gli dèi dell’Olimpo — Zeus, Era, Afrodite, Ares, Apollo, Dioniso, Ermes, Persefone — non sono personaggi di storie lontane: sono modalità dell’anima, modi di essere al mondo che ritornano in ogni epoca con nomi diversi.
Questo è il senso profondo di Figure del mito e de Il mito dell’anima, i due libri più teorici della mia collezione hillmaniana. Hillman non usa i miti come allegorie psicologiche — come se Narciso fosse semplicemente “il narcisismo” e Edipo “il complesso edipico”. Al contrario: vuole che le figure mitiche mantengano la loro complessità, la loro ambiguità, la loro vita propria. Afrodite non è solo la dea della seduzione pericolosa da integrare nell’economia dell’Io maschile: è la potenza del bello, della relazione, dell’immagine in quanto tale. La bellezza non è ornamento — è, per Hillman, una categoria ontologica, un modo di stare al mondo. Persefone non è solo la vittima del rapimento: è la figura della discesa, della capacità psichica di abitare gli inferi senza fuggire.
Questa pluralità di figure equiordinate — senza gerarchia morale definitiva, senza un centro che le domini — è quello che distingue la psicologia archetipica da qualsiasi sistema evolutivo o terapeutico. Gli dèi non sono stadi di sviluppo: sono presenze simultanee. E la psiche sana non è quella che ha raggiunto un equilibrio tra loro, ma quella che sa riconoscere quale dio sta parlando in ogni momento.
Astrologia e Tarocchi: linguaggi simbolici dell’anima
Hillman non era un astrologo nel senso divulgativo del termine. Ma prendeva sul serio l’astrologia — e lo faceva su basi precise, recuperando la tradizione neoplatonica del Rinascimento, in particolare Marsilio Ficino. La sua posizione, espressa in diversi saggi e nella collaborazione con Thomas Moore, è questa: l’astrologia non è un sistema predittivo, è un linguaggio simbolico dei caratteri archetipici.
I pianeti, in questa prospettiva, sono nomi di qualità psichiche: modi dell’immaginazione, tonalità dell’anima. Saturno non è un destino scritto nelle stelle: è una modalità che si contrae, rallenta, approfondisce — la stessa che ritroviamo nella malinconia, nell’ascesi, nel pensiero che non vuole semplificazioni. Venere è la capacità di percepire bellezza e relazione. Marte è l’energia che vuole affermarsi nel mondo. Non si tratta di superstizione: si tratta di prendere atto che per duemila anni l’Occidente ha pensato le qualità dell’esperienza interiore attraverso queste immagini celesti, e che questo vocabolario simbolico è ancora vivo e operante.
Lo stesso vale per i Tarocchi, cui Hillman si avvicinò come sistema di immagini archetipiche — non come strumento divinatorio, ma come repertorio iconografico dell’anima. Gli arcani maggiori del Tarocco sono, in fondo, figure dello stesso ordine degli dèi greci: l’Imperatore, la Papessa, la Ruota della Fortuna, la Torre, il Mondo. Immagini che non predicono, ma rispecchiano — che non rispondono, ma fanno domande.
In questo Hillman è coerente con se stesso: ovunque trovi un linguaggio che parla per immagini invece che per concetti, lo prende sul serio. Non perché sia irrazionale, ma perché l’anima parla in immagini — e qualunque sistema che lo sappia è, per lui, uno strumento di conoscenza.
Gli otto libri
Guardo lo scaffale e vedo otto volumi. Non sono i titoli più citati nei manuali — non c’è Re-Visioning Psychology, non c’è Sogno e mondo infero. Sono i libri che ho scelto io, nel tempo, seguendo domande che non sempre sapevo formulare.
Il suicidio e l’anima è il primo Hillman in senso cronologico — il libro con cui, nel 1964, irrompe sulla scena. Il tema sembra clinico, ma la trattazione è filosofica: Hillman sostiene che la psicologia non può affrontare il suicidio senza prima capire cosa intende per anima e per morte. È un libro che rovescia la prospettiva: invece di trattare il suicidio come un atto da prevenire a tutti i costi, chiede cosa significa, per l’anima, il desiderio di morire. Non è una giustificazione — è un ascolto radicale. Ed è già, in nuce, tutto il metodo hillmaniano.
Il mito dell’analisi è il libro più critico verso la tradizione da cui proviene. Hillman smonta dall’interno le fondamenta della psicoanalisi — il concetto di transfert, il ruolo del terapeuta come esperto, l’idea stessa di guarigione — e propone di ripensare la psicologia come disciplina umanistica, non come scienza medica. È un libro esigente, a tratti difficile, ma necessario per capire perché la psicologia archetipica non è semplicemente un’evoluzione di Freud e Jung: è un ripensamento del rapporto tra pensiero e anima.
Il codice dell’anima è, per molti — me compresa — il libro con cui si incontra Hillman per la prima volta. L’immagine della ghianda è semplice e potente: ogni essere umano nasce con una forma interiore, un daimon, una vocazione che accompagna la vita e chiede di essere realizzata. Il libro rovescia la nostra abitudine di spiegare le persone attraverso la loro storia — traumi, genitori, condizionamenti — e propone invece di guardarle attraverso ciò verso cui tendono. È un libro che cambia il modo di vedere le biografie altrui, e anche la propria.
Figure del mito e Il mito dell’anima sono i libri più teorici della mia collezione, quelli in cui il progetto hillmaniano si dispiega con maggiore ampiezza. Gli dèi greci come modalità dell’anima, la pluralità come salute psichica, il mito come grammatica permanente dell’esperienza umana: tutto è qui, con una chiarezza e una profondità che richiedono tempo per essere assimilate. Sono libri su cui torno, e ogni volta li trovo in un posto diverso.
Puer aeternus e presenze animali
Puer aeternus è uno dei testi più sottili e, per me, più personali. Il puer — il giovane eterno, l’anima che non vuole incarnarsi nel tempo e nella materia — è una figura archetipica che Hillman analizza senza giudicare: non per assolvere, ma per capire. Certe forme di resistenza all’impegno, alla concretezza, alla vita adulta — non solo negli altri, anche in me — hanno trovato in questo libro uno specchio inaspettato. È un testo che si legge e poi si rivela: alcune pagine tornano alla mente in momenti imprevedibili.
Presenze animali è forse il libro che amo di più. Da sempre gli animali in letteratura mi interessano come specchio dell’anima umana — da Flush di Virginia Woolf alle creature di Colette, agli animali di Helen Humphreys. Hillman dimostra con una precisione straordinaria che gli animali non sono simboli, non sono proiezioni: hanno una loro presenza psichica autonoma, un loro modo di abitare il mondo che la psicologia tradizionale ha quasi sempre ignorato. Leggere Hillman sugli animali significa smettere di separarsi dalla natura e ricominciare a sentirsi parte di qualcosa di più vasto.
La forza del carattere è stato una sorpresa. Hillman lo scrive verso la fine della vita, e si sente — non nel senso di una stanchezza, ma di una profondità diversa. Il tema è la vecchiaia: non come declino, non come perdita progressiva, ma come compimento di un carattere. C’è qualcosa di profondamente controcorrente in questo libro, scritto in una cultura che teme l’invecchiamento come una malattia. Hillman lo guarda invece come la stagione in cui le qualità essenziali di una persona emergono finalmente senza maschere. Saturno in Scorpione — quella configurazione del suo tema natale — si sente in ogni pagina.
Una promessa: la guerra
C’è un libro sullo scaffale che ho tenuto per ultimo, non perché sia meno importante — al contrario. Un terribile amore per la guerra è forse il titolo più spiazzante di Hillman: l’idea che la guerra non sia solo un evento storico o politico, ma un’esperienza psichica totale, qualcosa che abita l’anima umana con una forza archetipica che nessuna buona volontà riesce a estirpare.
È un libro che merita uno spazio proprio, e che ho intenzione di leggere insieme ad altri testi: Viaggio al termine della notte e Guerra di Céline, Vita e destino di Grossman, La montagna incantata di Mann. Perché la guerra come condizione dell’anima — non come aberrazione da correggere, ma come qualcosa che l’umanità ha sempre amato e temuto insieme — è un tema che nessun libro affronta da solo. Ne parleremo.
Un Ariete che ha aperto una porta
Gli Arieti, nel ciclo zodiacale, iniziano i cicli. Non li completano — quello spetta ad altri — ma tracciano il solco, rompono il terreno, rendono possibile ciò che viene dopo. Hillman ha aperto una porta nella psicologia che non si è richiusa: l’ha resa più ampia, più umana, più capace di accogliere la complessità dell’anima senza ridurla a patologia, senza tradurla in diagnosi, senza costringerla in una narrativa di guarigione.
I temi che attraversano i suoi otto libri sul mio scaffale — la vocazione, il carattere, il mito, la vecchiaia, gli animali, la morte, la guerra, la depatologizzazione — sono ancora, per me, oggetto di studio e di domande aperte. Non ho risposte definitive da offrire. Ho la certezza che le domande di Hillman siano quelle giuste: quelle che non si esauriscono, che ritornano, che cambiano mentre cambia chi le porta.
Un pensiero che è ancora processo — per me, e credo per chiunque lo incontri davvero.
Buon compleanno, James Hillman.




