Leggere Eugenio Montale centotrent’anni dopo
Eugenio Montale nasceva a Genova il 12 ottobre 1896, alle undici di sera, in una famiglia di commercianti. Ieri ha compiuto centotrent’anni. Lo festeggio con il suo primo libro, quello che uscì nel 1925 per le edizioni di Piero Gobetti e che portava nel titolo un oggetto minimo, raccolto sulla battigia: l’osso di seppia, quello scheletro bianco e leggero che il mare restituisce alla spiaggia quando la creatura che lo abitava è già scomparsa.
Rileggere gli Ossi di seppia oggi significa ritrovare un giovane uomo che studiava canto da baritono, leggeva Baudelaire e Valéry, passava le estati a Monterosso e cercava, scrivendo, una via d’uscita dalla propria crisi. Lo faceva nell’anno in cui l’Italia entrava nello “stato fascistissimo”.
Il libro sul mio scaffale
La copia che ho tra le mani è l’edizione Mondadori degli Ossi di seppia (268 pagine, ISBN 9788804668275), pensata come strumento di studio. Il testo poetico è accompagnato dal commento di Pietro Cataldi e Floriana d’Amely, dal saggio di Pier Vincenzo Mengaldo, da un profilo biografico, da una bibliografia e da un intervento di Sergio Solmi.
Accanto, nella stessa biblioteca, abitano altri due libri che parlano di lui. Poeti italiani del Novecento di Mengaldo, il Meridiano che colloca Montale tra i protagonisti del secolo insieme a Gozzano, Ungaretti, Saba e Quasimodo. In riva alla vita di Alessandra Cenni, la biografia di Antonia Pozzi, le cui liriche uscirono postume con una prefazione di Montale. Le pagine che riassumo qui vengono dall’introduzione di Cataldi e d’Amely (pp. CXIV–CXXIII).
Un antieroe sulla riva
Gli Ossi raccolgono sessanta poesie in sei sezioni, costruite come i movimenti di una partitura. Al centro sta un protagonista fragile, irresoluto, quasi un inetto: il rovescio del superuomo di D’Annunzio, un fratello tragico dello Zeno di Svevo. Accanto a lui alcune donne-emblema, come Arletta, presenza intermittente della memoria e della perdita, taciuta nel nome.
Il mare della Liguria, all’inizio grembo e armonia, a poco a poco lo espelle. Dove D’Annunzio si ritrovava nel tutto, Montale si riconosce nei frammenti: il «rivo strozzato», la «foglia riarsa», il «male di vivere». Per un momento aveva pensato di intitolare il libro Rottami. Alla musica sontuosa dell’Alcyone risponde con un «balbo parlare», rime imperfette, cadenze evitate: conserva le forme della tradizione e le piega dall’interno. Lui stesso, parlando di Saba, la chiamò «classicismo paradossale».
Un libro del 1925
Gli Ossi escono nell’anno delle leggi speciali, lo stesso in cui Montale firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce. I primi lettori, il gruppo torinese di Gobetti, sentono in quei versi una tensione etica e fanno di due righe quasi una parola d’ordine: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Da Contini a Pasolini, un secolo di critica ha poi riconosciuto in questo esordio una delle voci decisive della poesia europea.
La croce di Montale
Del suo tema natale mi interessa soltanto la croce, i quattro angoli che lo tengono in piedi. Montale nasce alle undici di sera del 12 ottobre 1896 e il cielo di quella notte disegna una croce quasi esatta: il Medio Cielo e il Fondo Cielo cadono entrambi al primo grado dei loro segni, come una soglia appena varcata.
Dal mare all’osso. L’Ascendente in Cancro è l’acqua delle origini, il grembo, la memoria. La Luna che lo governa abita però il Capricorno, il segno della pietra e dello scheletro. Tra questi due poli scorre il viaggio degli Ossi: la creatura morbida del mare lascia sulla riva soltanto la sua parte calcificata, il ragazzo che il mare espelle si fa minerale, «secco greto».
Dalle radici in Bilancia all’identità in Ariete. Il Fondo Cielo apre la Bilancia, e lì, nella casa delle radici, splende anche il Sole. Montale porta la misura nel sangue: conserva rima, metro e strofa, tiene insieme i frammenti con un equilibrio che somiglia a una tensione trattenuta più che a una quiete. Il Medio Cielo, al primo grado dell’Ariete, indica la strada della maturazione: diventare sé stessi, tracciare un contorno. Lilith, nello stesso segno, gli insegna a disegnarlo per sottrazione. La sua firma più nitida resta un rifiuto: dell’etichetta di ermetico, della retorica del regime, e quella dichiarazione che sembra scritta per questo punto del cielo: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
La bellezza negli anfratti. Venere e Saturno in Scorpione, nella casa della creatività, con Chirone fermo sulla soglia del segno, ancora nella casa delle radici. La bellezza, per Montale, si cerca nelle crepe: la «maglia rotta nella rete» di In limine, le donne taciute nel nome, Arletta che appare e scompare. Saturno trasforma questa ricerca in disciplina, quasi in ascesi. Una sezione degli Ossi porta un titolo che potrebbe fare da didascalia a questo Scorpione: «Meriggi e ombre».

Mercurio, la casa, la luce. Mercurio in Bilancia, retrogrado, accanto al Sole nella quarta casa: la parola torna indietro verso i luoghi che lo hanno fatto, Genova, Monterosso, la Casa sul mare. Scrive l’appartenenza attraverso muri d’orto, scogli, canneti. L’aria domina il suo cielo, sette punti su diciassette, e si sente in ogni verso come attenzione alla luce: il riverbero, il meriggio abbacinato, «il sole che abbaglia». Una luce che rivela e acceca nello stesso istante, come certe verità.
Perché leggerlo oggi
Gli Ossi di seppia parlano a chi vive un tempo di crisi e cerca le parole per attraversarlo senza farsene travolgere. Montale ci insegna a guardare i frammenti, le cose scartate, i particolari che sembrano privi di senso, e a riconoscervi una verità. Ci ricorda che dire con esattezza ciò che rifiutiamo è già una forma di resistenza. A centotrent’anni dalla sua nascita, quell’osso bianco sulla riva continua a portare con sé il ricordo del mare.
“Ossi di seppia” è un grande classico, una tappa esistenziale nel cammino della poesia europea del Novecento, un’opera in cui la tensione ininterrotta del pensiero si esprime nella sintesi di uscite folgoranti, ma anche nell’articolarsi per immagini della meditazione lirica. Il libro si propone come strumento non solo di lettura ma anche di approfondimento e studio degli “Ossi di seppia”. Il testo, corredato da un cappello introduttivo e da un commento a cura di Pietro Cataldi e Floriana d’Amely, è infatti accompagnato dall’importante saggio di uno dei nostri maggiori critici, Pier Vincenzo Mengaldo da un profilo biografico dell’autore, da una bibliografia sull’opera e da un intervento di un poeta e critico come Sergio Solmi.
Eugenio Montale Mondadori pagine 268 ISBN 9788804668275
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