Migliaia di anni prima che qualcuno disegnasse una carta natale, l’uomo aveva già capito che il solstizio d’estate non era un giorno come gli altri. Lo aveva capito con il corpo, prima ancora che con la mente: lo aveva visto nelle ombre che si accorciavano, nei raccolti che maturavano, nella luce che sembrava indugiare più a lungo sopra i campi. E aveva deciso di rispondere a quella sensazione nell’unico modo che conosceva: costruendo.
Continua a leggere “Solstizio d’estate 2026: Sole, pietre antiche e… i fratelli Karamazov”.Tag: Russia
22 aprile: tre scrittori, un segno, un compleanno
Oggi è il mio compleanno. E come ogni anno, il 22 aprile, mi fermo a guardare chi condivide con me questa data. Non per superstizione — o non solo — ma perché nel tempo ho capito che il compleanno è una soglia, e che le soglie si attraversano meglio in compagnia.
Quest’anno ho scelto tre compagni di viaggio: Vladimir Nabokov, Louise Glück, Madame de Staël. Tre scrittori nati sotto il segno del Toro — o almeno, tutti e tre il 22 aprile, che è la data che conta. Tre modi diversi di abitare la stessa energia: terrestre, radicata, ostinata, sensoriale, capace di una fedeltà alla materia che non è mai banalità ma sempre riconoscimento. Il Toro sa che le cose esistono. Che la realtà è il punto di partenza. Che la bellezza si tocca.
Continua a leggere “22 aprile: tre scrittori, un segno, un compleanno”.Chi risponde quando il sistema fa del male?
Un percorso di lettura attraverso la distopia, il grottesco e il sogno tradito
PERCORSI DI LETTURA
Sia quando raccontano mondi distopici, fantascientifici o crudamente reali, certi scrittori ci sfidano a vedere dentro le pieghe della vita che viviamo, fino a farci scoprire angoli bui, dinamiche spietate, meccanismi malati ai quali non è giusto che ci abituiamo. Questo articolo nasce da un ragionamento su una biblioteca — la mia — e dal filo invisibile che collega libri scritti in lingue diverse, in secoli diversi, da uomini che non si sono mai incontrati. Un filo che a volte ho trovato per caso, poi ho ritrovato nel tempo, finché non ho capito che era lì dall’inizio. Al centro, sempre, la stessa domanda: chi risponde quando il sistema fa del male?
“Potrebbe essere diverso, sappiatelo.”
Continua a leggere “Chi risponde quando il sistema fa del male?”.Maksim Gor’kij, Infanzia: l’uomo dietro la leggenda
C’è un libro che smonta il mito ancora prima che il mito si formi. Infanzia di Maksim Gor’kij è questo: la storia del ragazzo che diventerà uno degli scrittori più celebri della Russia zarista e sovietica, raccontata dall’interno, con una voce che non cerca mai la grandiosità. Eppure, proprio in questa rinuncia all’eroismo, il libro rivela tutto.
Continua a leggere “Maksim Gor’kij, Infanzia: l’uomo dietro la leggenda”.Michail Saltykov-Scedrin, duecento anni dopo. Sulla satira come atto d’amore
Michail Saltykov-Scedrin, duecento anni dopo. Sulla satira come atto d’amore

Con Michail Saltykoov-Scedrin ci troviamo di fronte a quel tipo di scrittore che non invecchia perché ha scelto di abitare non il suo tempo, ma la struttura profonda del tempo: il modo in cui il potere si traveste, in cui la coscienza si addormenta, in cui le parole perdono significato mentre continuano a circolare.
Michail Evgrafovič Saltykov-Shchedrin — nato il 27 gennaio 1826 nel governatorato di Tver, morto a Pietroburgo il 10 maggio 1889 — appartiene a questa categoria rara e scomoda di testimoni che sembrano aver scritto ieri. Il 2026 è il suo bicentenario, e non è un anniversario da celebrare con retorica: è semmai un’occasione per rileggere, per la prima volta o di nuovo, uno scrittore che con la sua formula conclusiva — libertà, sviluppo, giustizia — aveva già capito che queste tre parole, separate l’una dall’altra, non significano nulla.
L’uomo doppio
Quello che colpisce nella biografia di Saltykov-Shchedrin è prima di tutto la sua natura duplice, quasi emblematica. Per decenni egli è al tempo stesso funzionario dell’impero e suo più feroce satirico: vice-governatore di Rjazan’ e di Tver’, uomo dello stato che firma le note burocratiche di giorno, e la sera — con lo pseudonimo Nikolaj Scedrin — smonta dall’interno l’intero apparato che di giorno amministra.
Non è ipocrisia: è qualcosa di più complesso, la coabitazione di chi conosce il sistema così bene da sapere esattamente dove colpirlo. L’esilio a Vjatka — comminato nel 1848 dallo zar Nicola I per la novella “Affare aggrovigliato”, ritenuta sovversiva — non frena la sua vocazione ma la radica: sono quegli anni di isolamento provinciale a fornirgli il materiale per gli Schizzi provinciali, l’opera che al ritorno dall’esilio lo renderà uno degli scrittori più amati e più odiati di Russia.
Questa doppiezza strutturale si riflette nel linguaggio. Michail Saltykov-Scedrin ha chiamato la sua maniera di scrivere “linguaggio da servo” (рабий язык): una prosa che procede per allusioni, per travestimenti fiabeschi, per nomi allegorici, per forme dell’assurdo che proteggono il senso vero come una corteccia protegge il legno vivo. I suoi avversari lo accusavano di essere un semplice caricaturista, un buffone.
Ma era esattamente il contrario: la maschera comica era la sola forma di libertà praticabile. Come scrivere contro la censura senza essere censurati? Come dire la verità in un paese dove la verità è reato? Facendo ridere coloro contro cui si combatte, mentre si lascia che altri, più attenti, capiscano.
I signori Golovlëv: una famiglia come autopsia

Nella biblioteca di Manipa.it c’è l’edizione Quodlibet dei Signori Golovlëv, nella storica traduzione di Ettore Lo Gatto — uno dei grandi ponti tra la cultura italiana e quella russa nel Novecento. È questo il romanzo in cui Michail Saltykov-Scedrin abbandona la satira di costume e si addentra in qualcosa di più oscuro e di più intimo: la dissolvenza di una famiglia di proprietari terrieri nell’epoca post-servitù della gleba, una dissolvenza che è al tempo stesso sociale, morale e metafisica.
I Golovlëv non sono semplicemente una famiglia disfunzionale: sono un organismo in cui la vita ha già smesso di scorrere mentre i corpi continuano a muoversi. La figura centrale, Porfirij Golovlëv — detto Iudushka, “il piccolo Giuda” — è uno dei personaggi più inquietanti della letteratura russa, forse dell’intera letteratura europea.
Non è un malvagio nel senso romantico: è qualcosa di più sottile e di più insopportabile, un uomo che ha sostituito la vita interiore con un flusso ininterrotto di chiacchiera devota, di conteggi, di piccole macchinazioni domestiche che riempiono il vuoto di una coscienza che si è semplicemente estinta.
La critica bachtiniana ha visto nei Golovlëv qualcosa che va oltre il “bozzettismo sociale”: una rappresentazione quasi allucinatoria della morte che avanza camuffata da vita, dell’alienazione che si fa sistema, di quel che accade a un essere umano quando smette di interrogarsi e comincia semplicemente a sopravvivere. La scena del risveglio finale di Iudushka — quando, nella quiete, le voci che aveva sempre coperto con il rumore artificiale della sua esistenza tornano a parlargli — è tra le pagine più potenti che la prosa russa dell’Ottocento abbia prodotto.
Il confronto che suggerisce la tradizione critica è con Zola: i quadri di degrado e di alcolismo in Zola sono quelli di un osservatore preciso, quasi clinico. In Saltykov-Shchedrin sono quelli di un psicologo che non ha bisogno dei termini clinici perché lavora direttamente con la luce e con l’ombra.
Fiabe e la coscienza smarrita
Accanto ai grandi romanzi, Michail Saltykov-Scedrin ha prodotto un corpus di fiabe (Skazki) che nella loro brevità folgorante anticipano forme narrative che il Novecento avrebbe reinventato senza saperlo. Il pesce saggio (Premudryj piskar’), il cavallo che non smette mai di lavorare (Konjaga), il carasso idealista (Karas’-idealist): sono allegorie che funzionano a più livelli contemporaneamente, fiabe che i bambini non dovrebbero leggere — o forse dovrebbero leggere per prime.
In una delle più belle, La coscienza smarrita, la coscienza — di cui tutti si liberano come di un peso intollerabile — trova rifugio soltanto nel cuore di un bambino piccolo, che crescendo la farà diventare grande con sé. È un’immagine che commuove proprio perché non è sentimentale: è quasi una scommessa, la sola che Saltykov-Shchedrin si concede in un’opera che non fa sconti a nessuno.
Michail Saltykov-Scedrin: duecento anni e nessun invecchiamento
Cosa rimane, nel 2026, di uno scrittore che scriveva per la Russia zarista? Rimane esattamente ciò che rimane di ogni grande satirico: il meccanismo. La descrizione di come il potere si traveste da necessità, di come le istituzioni si svuotano mantenendo la forma, di come la chiacchiera occupi il posto lasciato vuoto dalla riflessione, di come la coscienza — se non custodita con cura — tenda semplicemente a evaporare. Saltykov-Scedrin aveva costruito la sua “Città degli stupidi” — Glupoville, il nome parlante della sua città ideale — come specchio di un’intera civiltà. Quella città è ancora in piedi, e non è detto che sia lontana.
Leggere i Golovlëv oggi, nella traduzione di Lo Gatto che porta con sé la patina meravigliosa di un italiano nobile e preciso, è un’esperienza che lascia una domanda aperta: qual è, per ciascuno di noi, la chiacchiera con cui riempiamo il silenzio che non vogliamo ascoltare?
Mosca felice e Parthenope, due donne, due città, le stesse delusioni…
Andrej Platonov è per me l’autore rivelazione di questa estate. Dopo aver letto Cevengur e lo Sterro, mi sono procurata una copia di Mosca felice, sua ultima opera, rimasta incompiuta. Avanzando nella lettura mi rendevo conto che c’era qualcosa di molto familiare nella storia e nelle sensazioni che mi regalava. Poi un flash. Non un altro libro, ma un film. I parallelismi sono numerosi a partire dalle protagoniste, due donne-città. Sto parlando dell’ultimo film di Sorrentino, Parthenope. Entrambe le opere ruotano attorno al viaggio di una protagonista femminile fuori dagli schemi, libera e solitaria, che affronta la vita tra desiderio di indipendenza e sottile malinconia.

Le Protagoniste e il loro viaggio interiore

Parthenope è una donna intrappolata nel suo essere oggetto di desiderio e bellezza, ma costantemente in ricerca di libertà e verità, affrontando le aspettative e i giudizi della società napoletana. Anche Mosca Ivanovna, la protagonista di Platonov, è una figura randagia, irregolare, eppure luminosa; vive in cerca di senso nel vento, nella natura, lontano dalle costrizioni sociali.
Entrambe rifiutano di essere incasellate, inseguono la felicità attraverso percorsi personali e anticonvenzionali, e sono spesso circondate da solitudine: Parthenope attraversa la vita “forse senza gioia negli occhi”, Mosca Felice si trova “felice solo nel vento e nella natura”.
Libertà, identità e sacrificio
Sorrentino racconta il processo di formazione, la ricerca identitaria, gli amori impossibili e la tensione tra il sacro e il profano, incarnata dalla protagonista che continuamente sfugge e si reinventa.
Il romanzo di Platonov, sebbene incompleto e postumo, mette in scena una donna che non trova mai una vera casa, inseguendo la propria verità e rifiutando i compromessi, in una Russia in profondo e tormentato cambiamento.
La città come protagonista e specchio emotivo
Napoli, in Parthenope, è più di uno sfondo: diventa personaggio vivo, urticante, spettacolare e decadente, portando la protagonista a confrontarsi con le sue contraddizioni, con la bellezza e la corruzione.
Mosca, nello stesso modo, si fa teatro e specchio delle tensioni emotive e politiche della protagonista di Platonov: la città è luogo di sogno e delusione.
Fra utopia e disillusione
Parthenope cerca la meraviglia, ma incontra la “delusione e la malinconia”, un tema caro anche a Platonov, dove la ricerca di senso si scontra con la dura realtà e l’utopia si dissolve.
In entrambi rivivono l’incessante passaggio dalla giovinezza all’età adulta, dal sogno all’amarezza, nella consapevolezza che la felicità è sempre evanescente e che le protagoniste rimangono, in qualche modo, «un mistero» per gli altri e per se stesse.
Sorrentino e Platonov narrano il percorso di donne libere, incompresi dalla società, alle prese con le proprie passioni e la loro solitudine, contro lo sfondo di città che sono anime vive. Entrambi offrono una meditazione lirica su bellezza, identità, libertà e sul carattere inafferrabile della felicità.
Chissà se Sorrentino ha mai letto Mosca felice…
Vladimir Nabokov
Vladimir Nabokov: vita e stile di scrittura
Vladimir Nabokov (San Pietroburgo, 1899 – Montreux, 1977) è stato uno degli scrittori più raffinati e innovativi del Novecento, celebre per romanzi come Il dono, Lolita, Fuoco Pallido e Ada o ardore, oltre che per la sua produzione in lingua russa e per l’attività di entomologo.

Vita e formazione
Nato in una famiglia aristocratica russa, Nabokov crebbe in un ambiente poliglotta, imparando fin da piccolo russo, inglese e francese. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, la famiglia fu costretta all’esilio, prima in Crimea, poi in Europa occidentale. Nabokov si laureò a Cambridge in lingue slave e romanze, visse tra Berlino e Parigi, e pubblicò i primi romanzi in russo con lo pseudonimo di Vladimir Sirin, divenendo una figura di spicco tra gli emigrati russi.
Nel 1940 si trasferì negli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza e insegnò letteratura russa alla Cornell University. Negli ultimi anni si stabilì in Svizzera, a Montreux, dove si dedicò sia alla scrittura che alle sue ricerche entomologiche.
Stile di scrittura di Vladimir Nabokov
Originalità e perfezione formale
Nabokov è noto per uno stile letterario estremamente curato, giocoso e sofisticato. La sua scrittura si distingue per la ricchezza lessicale, l’ironia sottile, il gusto per il dettaglio e la costruzione minuziosa delle frasi. Ogni opera, secondo Nabokov, è un mondo a sé, autonomo e perfetto, e non va giudicata in base a criteri storici o ideologici, ma solo per il suo valore estetico e sensoriale.
Il valore dell’estetica e del dettaglio
Per Nabokov, la letteratura deve suscitare un “brivido lungo la spina dorsale”, un’emozione estetica che nasce dalla percezione sensoriale e dalla memoria. Era contrario alle letture puramente realistiche o ideologiche: per lui, la realtà del romanzo è quella della finzione, costruita con precisione artigianale e attenzione quasi ossessiva ai dettagli e ai giochi di specchi narrativi.
Tecnica e struttura
Nabokov scriveva spesso i suoi romanzi su schede, componendo la narrazione come un puzzle, non in ordine cronologico ma per frammenti, che poi venivano assemblati con cura. Questo metodo riflette la sua visione della scrittura come un gioco strategico, pieno di rimandi interni, false piste, mise en abyme e ironia. Il suo stile è stato definito “basato interamente sullo stile”, capace di trasformare anche i temi più scabrosi in raffinati giochi linguistici, come avviene in Lolita.
Lingua e immagini
Nabokov era sinestesico: associava colori a lettere e suoni, e pensava per immagini più che per parole. Questo si riflette nella sua prosa visiva e nella capacità di evocare atmosfere e sensazioni con precisione pittorica.
Intertestualità e giochi letterari
I suoi romanzi sono ricchi di allusioni, citazioni e giochi di parole, spesso con riferimenti nascosti alla propria biografia o ad altri autori. Nabokov amava inserire nei suoi testi enigmi, nomi parlanti e alter ego letterari, come il celebre Vivian Darkbloom (anagramma di Vladimir Nabokov).
Conclusione
Scrittore “doppio”, esule e poliglotta, Nabokov ha saputo fondere la tradizione russa con quella europea e americana, dando vita a una delle opere più originali e influenti del secolo scorso. Il suo stile, ironico, raffinato e virtuosistico, continua a incantare e a sfidare i lettori di tutto il mondo.
Guido Carpi su Vladimir Nabokov
Il ruolo di Nabokov nella letteratura russa secondo Guido Carpi

Guido Carpi, professore ordinario di Letteratura russa presso l’Università di Napoli L’Orientale, ha dedicato numerose lezioni e interventi al ruolo di Vladimir Nabokov nella letteratura russa del Novecento. Nei suoi corsi e pubblicazioni, Carpi sottolinea come Nabokov rappresenti una figura centrale della cultura dell’emigrazione russa, affermandosi come uno dei principali prosatori russi degli anni Venti insieme ad Andrej Platonov, ma in un contesto totalmente diverso: Nabokov opera infatti in esilio, lontano dalla Russia sovietica.
Vladimir Nabokov e la critica letteraria: soggettivismo e arte “pura”
Carpi evidenzia il carattere profondamente soggettivo della critica letteraria di Nabokov. Secondo Carpi, Nabokov è uno scrittore eccezionale e un brillante saggista, ma nei suoi giudizi letterari adotta un compiaciuto soggettivismo, senza farne mistero. Un esempio emblematico è la sua posizione nei confronti di Dostoevskij, che Nabokov criticava per il suo misticismo e per l’approccio predicatorio alla letteratura. Nabokov, infatti, sosteneva che l’arte dovesse essere autonoma, priva di compiti extraletterari o ideologici—a differenza di Dostoevskij, che invece vedeva nella letteratura uno strumento di impegno religioso e sociale.
Carpi mette in guardia dall’utilizzare i saggi di Nabokov come introduzione alla letteratura russa per gli studenti, perché, pur essendo affascinanti, rischiano di offrire una visione distorta della disciplina storico-letteraria. Fa eccezione solo per il monumentale commento di Nabokov all’”Onegin”, che però rimane anch’esso venato di soggettivismo.
Vladimir Nabokov e la letteratura dell’emigrazione
Nel dialogo con altri studiosi, Carpi inserisce Nabokov tra i principali autori della letteratura russa dell’emigrazione, sottolineando come il suo esordio negli anni Venti rappresenti una delle linee di sviluppo fondamentali della narrativa russa fuori dai confini sovietici. Nabokov viene quindi riconosciuto come una figura di spicco nel panorama internazionale, capace di influenzare profondamente sia la cultura russa che quella occidentale.
Sintesi del pensiero di Carpi su Nabokov
Nabokov è un autore fondamentale della letteratura russa del Novecento, soprattutto nell’ambito dell’emigrazione.
La sua critica letteraria è fortemente soggettiva e orientata verso l’idea dell’arte come valore in sé, avulsa da ogni funzione ideologica o sociale.
Carpi invita a leggere Nabokov con spirito critico, riconoscendone la grandezza ma anche i limiti di prospettiva, soprattutto quando si tratta di introdurre nuovi lettori alla letteratura russa.
Nabokov viene spesso contrapposto a Dostoevskij, di cui criticava il misticismo e l’impegno morale, incarnando così una delle principali linee di frattura nella tradizione letteraria russa.
In conclusione, Carpi, come nel suo stile di critico attento e profondo, offre una lettura articolata di Nabokov, riconoscendone la complessità e il valore, ma anche la necessità di contestualizzarne il pensiero all’interno di una più ampia storia della letteratura russa.
Breve descrizione delle opere di Vladimir Nabokov presenti della Biblioteca di Manipa
L’occhio, romanzo di Vladimir Nabokov
Romanzo breve pubblicato nel 1930, ambientato a Berlino tra emigrati russi. Il protagonista tenta il suicidio e, dopo la sua presunta morte, il suo “occhio” osserva la comunità per scoprire come viene percepito il personaggio di Smurov, attorno al quale regnano incertezza e sospetto. Il tema centrale è l’identità, vista come costruzione sociale nelle opinioni degli altri. Solo alla fine si scopre che Smurov è il narratore stesso, in un gioco di specchi tipicamente nabokoviano.
La difesa di Luzin
Considerato il primo capolavoro di Nabokov, racconta il conflitto tra genio e normalità attraverso la vita di Luzin, un giovane prodigio degli scacchi. La trama segue la sua ascesa e caduta, dal talento precoce alla rovina personale, in una narrazione che intreccia ironia e pathos. Il romanzo riflette sulla predestinazione, la volontà e il caso, usando la metafora della partita a scacchi come simbolo della lotta esistenziale.
Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov
Non un libro tradizionale, ma la raccolta delle lezioni che Nabokov tenne alla Cornell University tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta. Nabokov guida gli studenti all’osservazione dei dettagli nei testi letterari, invitandoli a diffidare delle generalizzazioni e a cogliere i “divini particolari” che rendono viva la letteratura. Le lezioni sono ricche di aneddoti e riflessioni sul mestiere dello scrittore.
Lezioni di letteratura russa
Frutto degli anni di insegnamento di Nabokov negli Stati Uniti, questo volume raccoglie le sue lezioni sui grandi autori russi. Nabokov si distingue per l’attenzione ai dettagli apparentemente insignificanti e per la sua opposizione a interpretazioni ideologiche o moralistiche della letteratura. Il suo obiettivo è formare “buoni lettori” capaci di apprezzare la magia delle parole e la felicità che la letteratura può offrire.
Lolita
Romanzo scandalo e capolavoro, racconta la storia dell’amore ossessivo e devastante di Humbert Humbert, un professore europeo di mezza età, per la giovane Dolores Haze, detta Lolita. Il libro esplora il desiderio, la memoria e l’illusione, con uno stile ricco di giochi di parole e invenzioni linguistiche. Lolita è diventato un simbolo letterario, oggetto di dibattito per i temi controversi che affronta, ma anche ammirato per la sua straordinaria scrittura.
Il dono di Vladimir Nabokov
Ultima opera scritta in russo da Nabokov, è considerata la sua opera più densa e ricca. Racconta la storia di Fëdor Godunov-Čerdyncev, giovane scrittore russo emigrato a Berlino, e il suo percorso letterario: dalla poesia alla biografia del padre, fino alla stesura di una monografia su Černyševskij e alla ricerca della “grande Prosa”. Il romanzo è un vero testamento letterario e riflette sul ruolo dell’artista e sulla creazione letteraria. https://www.manipa.it/lolita/
Brodskji: Conversazioni
Come nasce la poesia? Di quale misterioso lavoro è l’esito? E qual è il suo compito? Chiunque si sia posto, almeno una volta, domande del genere potrà finalmente trovare in queste interviste – che coprono l’intero arco della vita di Brodskij in esilio, dall’inizio degli anni Settanta fino a poche settimane prima della morte improvvisa, avvenuta a New York nel 1996 – risposte di un’audace limpidezza.
Continua a leggere “Brodskji: Conversazioni”.Lenin, il rivoluzionario assoluto
A cento anni dalla morte di Vladimir Il’ic Ul’janov, Lenin, il volume ne ricostruisce il pensiero e l’azione negli aspetti più fertili: la lotta intransigente contro ogni forma di sfruttamento e oppressione, la volontà di costringere la nazione un tempo dominante nell’ex Impero russo a farsi membro di una grande famiglia di popoli con uguali diritti, la fondazione di una Internazionale comunista capace di collegare le lotte sociali dell’Occidente ai movimenti di liberazione presenti nell’immensa periferia coloniale.

Non priva di lacune e di gravi limiti, quali l’assenza di una vera e propria teoria dello Stato socialista o l’incapacità a contrastare quel nuovo apparato burocratico sovietico che avrebbe poi generato un’involuzione autoritaria, la visione strategica del “rivoluzionario assoluto” germina da una carica utopistica senza confini e produce l’onda d’urto politica più devastante del XX secolo.
Autore: Guido Carpi. Altri libri di questo autore
Editore: Carocci, Pagine 184, ISBN 9788829021277
Bakunin: Stato e anarchia
Rivoluzionario instancabile, Michail Bakunin nasce a Prjamuchino il 30 maggio 1814 (18 maggio secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia) e muore a Berna nel 1876, dopo una vita passata a cospirare in mezza Europa, da Dresda a Lione a Bologna.
Continua a leggere “Bakunin: Stato e anarchia”.L’apolide
1917: la Russia è sconvolta dalla rivoluzione d’ottobre, che cambierà con violenza l’assetto del mondo. Dopo la terribile sorte dello zar e della famiglia imperiale, gli Olsufiev fuggono da Mosca per cercare riparo in Italia, a Firenze, dove hanno la fortuna di possedere una casa… Basato su documenti storici, diari, lettere e foto in possesso dell’autrice, discendente di quella nobile famiglia, “L’apolide” è l’appassionante storia di una fuga e di un approdo.

E della vita che i protagonisti, sostenuti dalla forza d’animo della matriarca Olga, devono affrontare nella nuova patria, dove il destino riserverà loro molte sorprese.
Edizioni Voland Collana Amazzoni, 235 pagine
La lanterna magica di Molotov. Viaggio nella storia della Russia
Gli scrittori russi vissuti negli anni della rivoluzione d’Ottobre – ma anche molti loro padri nobili, da Puskin a Dostoevskij -hanno in comune il privilegio, cui potendo avrebbero forse rinunciato, di aver vissuto vite febbrili, appassionanti e tragiche quanto i libri in cui spesso le hanno raccontate. Per ricostruirle, Rachel Polonsky ha viaggiato da Mosca al Volga alla Siberia, portando virtualmente con sé il curioso strumento esposto nello studio di uno dei personaggi più foschi dell’era staliniana, Molotov: una lanterna magica.

E così ecco sfilare davanti ai nostri occhi, in un montaggio di storie che credevamo perdute, tutti gli eroi della generazione più feroce con i suoi poeti, dalla Cvetaeva alla Achmatova, da Babel’ a Pasternak a Mandel’stam. E, accanto a loro, vicende, luoghi e personaggi più oscuri, ma altrettanto stupefacenti: i sogni, le mogli e i privilegi della nomenklatura sovietica; le degenerazioni scientifiche indotte da un totalitarismo che pretendeva di aver scoperto le leggi della storia; le vite sanguinarie degli atamani cosacchi. Le immagini proiettate dalla Lanterna magica di Molotov sono le tappe di un viaggio che attraversa il tempo oltre che lo spazio: dalle libertà medioevali dell’antica Novgorod, alle segrete della Lubjanka, fino al tragico e al grottesco dell’era Putin, con i suoi giornalisti uccisi, i processi agli oppositori.
Autore: Rachel Polonsky

Photo Credit: © James McMillan
Rachel Polonsky è una studiosa britannica specializzata in letteratura slava. I suoi libri includono Lanterna magica di Molotov e Letteratura inglese e Rinascimento estetico russo.
Traduzione di Valentina Parisi
Editore: Adelphi
Pagine 434











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