Lo Scorpione semina. Lo fa a novembre, sulla terra brulla e fredda, quando la luce si ritira e tutto ciò che conta accade sotto la superficie. Segno d’acqua fissa, acqua ferma e profonda come quella dei pozzi, lo Scorpione ha sperimentato la morte, l’ha attraversata e rinasce alla vita. Ha imparato a risorgere dalle profondità, e alle profondità ritorna ogni volta che deve ricaricarsi.
Nella tradizione lo governa Marte, che qui ha il suo domicilio notturno: l’energia che in Ariete si lancia all’esterno, in Scorpione si volge all’interno e diventa resistenza, ostinazione, capacità di attraversare la crisi. L’astrologia moderna gli affianca Plutone, signore degli inferi e delle trasformazioni radicali. L’arciprete Avvakum scrive la propria vita chiuso in una fossa di terra, prima del rogo, e quelle pagine diventano il seme della prosa russa; Ivan Turgenev, con le Memorie di un cacciatore, getta nella Russia dei servi della gleba un seme che germoglierà nell’abolizione della servitù; Albert Camus chiude un’intera città nella Peste per vedere chi, davanti alla morte, sceglie la solidarietà.
Lo Scorpione sa osare e sa rischiare. Si diverte a spiazzare, a scandalizzare, e affascina con il suo umore nero; ignora le mezze misure, preferisce la verità cruda e la provocazione. La sua comunicazione esce spesso dai canoni, ma lascia sempre il segno. Basta pensare alle frasi spietate di Agota Kristof nella Trilogia della città di K., alla lingua vertiginosa di Carlo Emilio Gadda, alla «letteratura come menzogna» di Giorgio Manganelli, alla Pietroburgo visionaria di Andrej Belyj, dove una bomba ticchetta in una scatola di sardine. Elif Shafak è finita sotto processo per un romanzo; Margaret Atwood, con Gilead, ha consegnato al mondo un incubo in cui riconoscersi.
Dopo la Bilancia, che apre la metà dello zodiaco dedicata all’altro, lo Scorpione porta la relazione in profondità: la Bilancia pesa e accorda, lo Scorpione si fonde, mette in comune, eredita. Venere, il pianeta della grazia e dell’armonia, qui è in esilio, e la Luna, che cerca protezione, è in caduta. L’affetto facile, la tenerezza esibita restano lontani da questo segno; la sensibilità, invece, tocca qui il suo culmine. Lo sanno le pagine di Sylvia Plath, di Yiyun Li, di Margaret Mazzantini, e le infanzie ferite che tanti di questi scrittori hanno trasformato in opera: Dacia Maraini bambina in un campo di prigionia giapponese, Agota Kristof in fuga dall’Ungheria con la figlia in braccio.
La morte e la rinascita, per molti scrittori dello Scorpione, sono passate attraverso la lingua. Kader Abdolah scrive in olandese, Agota Kristof in quel francese che chiamava «lingua nemica», Yiyun Li ed Elif Shafak in inglese; Isaac Bashevis Singer, all’opposto, ha custodito a New York lo yiddish di un mondo cancellato. Morire a una lingua e rinascere in un’altra è forse la più scorpionica delle esperienze letterarie: una muta che conserva intatta la memoria e rinnova la voce.
Resta lo sguardo, la dote più temibile del segno. Lo Scorpione scruta, attraversa, indaga e svela qualsiasi inganno. Gadda scioglie il «gomitolo di concause» di un delitto romano, Robert Musil seziona la mente di un’intera civiltà alla vigilia del crollo, Konrad Lorenz osserva gli istinti più antichi degli animali, Edward Said smaschera i pregiudizi con cui l’Occidente guarda l’Oriente. Paul Valéry, per vent’anni, ha scritto ogni mattina nei suoi quaderni senza pubblicare un verso, poi è riemerso con La giovane Parca: la discesa nel profondo e il ritorno, ancora una volta.
In apertura: Kader Abdolah
Kader Abdolah (Arak, 12 novembre 1954) ha preso il nome di due amici uccisi dal regime iraniano; rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988, scrive in olandese, una lingua imparata da adulto. Nei suoi libri la Persia dei poeti, delle moschee e dei tappeti dialoga con l’Europa dell’esilio. In biblioteca, tutto con Iperborea: La casa della moschea, Il sentiero delle babbucce gialle, Scrittura cuneiforme, Ritratti e un vecchio sogno, Uno scià alla corte d’Europa, Il messaggero, Il faraone d’Olanda, Parla Zarathustra, Calila e Dimna.
Dal Seicento all’Ottocento
Avvakum
L’arciprete Avvakum (Grigorovo, 20 novembre 1621 – Pustozërsk, 14 aprile 1682) guidò i Vecchi Credenti contro la riforma liturgica del patriarca Nikon e pagò la sua fedeltà con l’esilio, la prigione e infine il rogo. Chiuso in una fossa di terra nel Grande Nord, scrisse la propria vita in una lingua parlata, viva, spesso feroce: la prima autobiografia della letteratura russa. In biblioteca: Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso (Adelphi).
Ivan Turgenev
Ivan Turgenev (Orël, 9 novembre 1818 – Bougival, 3 settembre 1883) raccontò la campagna russa e i suoi servi della gleba nelle Memorie di un cacciatore, un libro che pesò sul dibattito che portò all’abolizione della servitù. Con il Bazarov di Padri e figli diede un nome e un volto al nichilismo; visse a lungo in Europa, accanto alla cantante Pauline Viardot, ponte fra la Russia e l’Occidente. In biblioteca: Memorie di un cacciatore, Nido di nobili, Padri e figli (Garzanti), Rudin (Mondadori), Lo spadaccino (Sellerio).
Selma Lagerlöf
Selma Lagerlöf (Mårbacka, 20 novembre 1858 – Mårbacka, 16 marzo 1940), maestra di scuola nel Värmland, trasformò le leggende della sua terra in romanzi che hanno il respiro della fiaba. Nel 1909 fu la prima donna a ricevere il Nobel per la letteratura; il viaggio di Nils Holgersson in groppa a un’oca ha insegnato la geografia della Svezia a generazioni di bambini. In biblioteca: L’imperatore di Portugallia (Iperborea).
Paul Valéry
Paul Valéry (Sète, 30 ottobre 1871 – Parigi, 20 luglio 1945) esordì come poeta nella cerchia di Mallarmé, poi tacque per vent’anni per dedicarsi ogni mattina ai suoi Cahiers, un laboratorio sterminato sul funzionamento della mente. Tornò alla poesia con La giovane Parca e con Il cimitero marino, affacciato sul mare della sua città natale. In biblioteca: Cattivi pensieri (Adelphi).
Andrej Belyj
Andrej Belyj (Mosca, 26 ottobre 1880 – Mosca, 8 gennaio 1934), pseudonimo di Boris Bugaev, fu la voce più visionaria del simbolismo russo. Pietroburgo, storia di una bomba nascosta in una scatola di sardine e di una città che sembra sognare se stessa, è uno dei grandi romanzi del Novecento: Nabokov lo metteva accanto a Joyce, Kafka e Proust. In biblioteca: Pietroburgo (Adelphi).
Robert Musil
Robert Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880 – Ginevra, 15 aprile 1942), ingegnere e filosofo per formazione, dedicò vent’anni a un solo romanzo rimasto incompiuto: L’uomo senza qualità, ritratto ironico della Cacania asburgica alla vigilia della catastrofe. Ulrich, il protagonista, vive nel «senso della possibilità» più che in quello della realtà; Musil morì in esilio in Svizzera, quasi dimenticato. In biblioteca: L’uomo senza qualità (Einaudi).
Nati fra il 1893 e il 1923
Carlo Emilio Gadda
Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893 – Roma, 21 maggio 1973), ingegnere elettrotecnico, ha inventato una delle lingue più ricche e vertiginose della letteratura italiana, impastata di dialetti, gerghi tecnici e latino. Per lui ogni fatto nasce da un «gomitolo di concause», e il commissario Ingravallo del Pasticciaccio lo sa bene. In biblioteca: Romanzi e racconti e Scritti vari e postumi (Garzanti), Un gomitolo di concause (Adelphi).
Isaac Bashevis Singer
Isaac Bashevis Singer (Leoncin, 21 novembre 1902 – Surfside, 24 luglio 1991) scrisse per tutta la vita in yiddish, anche dopo l’emigrazione a New York nel 1935, tenendo in vita con la parola il mondo degli shtetl polacchi cancellato dalla Shoah. Demoni, rabbini, peccatori e sognatori abitano i suoi racconti; nel 1978 ricevette il Nobel. Era fratello minore di Israel Joshua Singer, anche lui scrittore. In biblioteca: Un amico di Kafka (Adelphi).
Konrad Lorenz
Konrad Lorenz (Vienna, 7 novembre 1903 – Altenberg, 27 febbraio 1989) è considerato il padre dell’etologia: osservando le sue oche selvatiche descrisse l’imprinting, il legame che un piccolo stringe con il primo essere che vede. Premio Nobel per la medicina nel 1973, seppe raccontare gli animali con la grazia di un narratore. In biblioteca: L’anello di Re Salomone (Fabbri).
Mario Soldati
Mario Soldati (Torino, 17 novembre 1906 – Tellaro, 19 giugno 1999) fu scrittore, regista e viaggiatore curioso. Giovanissimo partì per gli Stati Uniti e ne tornò con America primo amore, racconto di un innamoramento e di una delusione; più tardi portò in televisione l’Italia della cucina e del vino, con lo stesso sguardo attento ai dettagli e alle persone. In biblioteca: America primo amore e I racconti del maresciallo (Sellerio).
Albert Camus
Albert Camus (Mondovi, Algeria, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960) crebbe povero ad Algeri, fra il sole e il mare che restano al centro della sua opera. Dopo il ciclo dell’assurdo, con Lo straniero e Il mito di Sisifo, scelse la rivolta e la solidarietà: La peste è la cronaca di una città chiusa dove ognuno decide da che parte stare. Nobel nel 1957, morì in un incidente d’auto a quarantasei anni. In biblioteca: L’estate e altri saggi solari e La peste (Bompiani).
Giorgio Manganelli
Giorgio Manganelli (Milano, 15 novembre 1922 – Roma, 28 maggio 1990) definì la letteratura una «menzogna» e la praticò con un piacere barocco, sontuoso, ironico. Fra i protagonisti del Gruppo 63, fu anche critico, viaggiatore e traduttore: sua la versione italiana di Poe. In biblioteca: Concupiscenza libraria (Adelphi), e le sue traduzioni di Flatlandia e dei Racconti di Poe.
Nadine Gordimer
Nadine Gordimer (Springs, 20 novembre 1923 – Johannesburg, 13 luglio 2014) raccontò per mezzo secolo il Sudafrica dell’apartheid e del dopo, con libri che il regime censurò. Premio Nobel nel 1991, ha sempre cercato nelle vite private il riflesso della storia: in L’aggancio una giovane bianca di Johannesburg segue nel suo paese l’uomo arabo di cui si innamora. In biblioteca: L’aggancio (Feltrinelli).
Nati dal 1932 a oggi
Sylvia Plath
Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) ha dato alla poesia americana una voce intensa e senza veli, capace di trasformare la vita interiore in immagini taglienti. La campana di vetro, unico romanzo, racconta una giovane donna stretta fra le attese degli anni Cinquanta; Ariel, uscito dopo la sua morte a trent’anni, le valse il Pulitzer postumo. In biblioteca: La campana di vetro e Tutte le poesie (Mondadori), Diari (Adelphi).
Agota Kristof
Agota Kristof (Csikvánd, 30 ottobre 1935 – Neuchâtel, 27 luglio 2011) fuggì dall’Ungheria nel 1956 con la figlia neonata e lavorò in fabbrica in Svizzera, imparando il francese, la lingua che chiamava «nemica». In quella lingua scrisse la Trilogia della città di K., storia di due gemelli in tempo di guerra, con frasi brevissime e spietate. In biblioteca: Trilogia della città di K. (Einaudi), L’analfabeta (Casagrande).
Edward Said
Edward Said (Gerusalemme, 1 novembre 1935 – New York, 25 settembre 2003), intellettuale palestinese e professore alla Columbia, ha mostrato come l’Occidente abbia costruito un’immagine dell’Oriente utile a dominarlo. Orientalismo (1978) ha fondato gli studi postcoloniali; pianista appassionato, creò con Daniel Barenboim un’orchestra di giovani israeliani e arabi. In biblioteca: Orientalismo (Feltrinelli).
Dacia Maraini
Dacia Maraini (Fiesole, 13 novembre 1936) ha vissuto da bambina la prigionia in un campo giapponese e l’infanzia siciliana raccontata in Bagheria. Con La lunga vita di Marianna Ucrìa, storia di una nobildonna muta nel Settecento palermitano, ha dato voce alle donne a cui la storia l’aveva tolta, un impegno che attraversa tutta la sua opera. In biblioteca: Bagheria, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Scritture segrete (Rizzoli).
Margaret Atwood
Margaret Atwood (Ottawa, 18 novembre 1939), poeta, romanziera e saggista canadese, ha immaginato con Il racconto dell’ancella la teocrazia di Gilead, dove le donne fertili sono proprietà dello Stato: un romanzo del 1985 diventato simbolo di ogni lotta per i diritti. Con L’assassino cieco vinse il Booker Prize nel 2000. In biblioteca: Il racconto dell’ancella, La donna da mangiare, La vita prima dell’uomo (Ponte alle Grazie), L’assassino cieco (TEA), Esercizi di potere (Nottetempo).
Margaret Mazzantini
Margaret Mazzantini (Dublino, 27 ottobre 1961), attrice prima che scrittrice, ha vinto lo Strega nel 2002 con Non ti muovere. I suoi romanzi entrano nei legami più intimi e laceranti: in Splendore due ragazzi cresciuti nello stesso palazzo romano si amano per tutta la vita, fra silenzi e vite parallele. In biblioteca: Splendore (Mondadori).
Elif Shafak
Elif Shafak (Strasburgo, 25 ottobre 1971), scrittrice turca che scrive in turco e in inglese, intreccia Oriente e Occidente, sufismo e memoria storica. Per La bastarda di Istanbul, che nomina il genocidio armeno, fu processata per «offesa all’identità turca» e poi assolta; Le quaranta porte racconta l’amicizia fra il poeta Rumi e il derviscio Shams. In biblioteca: La bastarda di Istanbul e Le quaranta porte (Rizzoli).
Yiyun Li
Yiyun Li (Pechino, 4 novembre 1972) arrivò negli Stati Uniti per studiare immunologia e scelse invece la scrittura, in inglese, una lingua che le permette di prendere distanza dalla propria storia. I suoi racconti e romanzi esplorano la solitudine, il lutto e i legami che sopravvivono al tempo. In biblioteca: Più gentile della solitudine (Einaudi).
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