Una bomba chiusa in una scatola di sardine ticchetta per ventiquattro ore dentro un palazzo di Pietroburgo. Fuori, la nebbia sale dalla palude su cui Pietro il Grande ha voluto la sua capitale, e scioglie i contorni dei ponti, dei prospetti, delle persone. Andrej Belyj ha scritto questo romanzo nel 1913, a trentatré anni, e ci ha messo dentro tutto: il padre, la madre, la rivoluzione, la paura, l’attesa di una fine che è anche un inizio.
Belyj nasce a Mosca il 26 ottobre 1880, con il Sole nei primi gradi dello Scorpione. Il suo cielo e il suo capolavoro si somigliano in modo sorprendente: per questo vale la pena leggerli insieme.
Una vita tra il numero e il simbolo
Andrej Belyj si chiamava Boris Nikolaevič Bugaev. Il padre, Nikolaj Bugaev, era un matematico illustre, decano della facoltà di fisica e matematica dell’Università di Mosca. La madre era una donna bella, mondana, appassionata di musica. Il matrimonio fu un conflitto continuo, e il bambino crebbe conteso tra due mondi: l’ordine delle formule e il disordine delle emozioni.
Boris seguì in principio la strada paterna. Studiò scienze naturali alla facoltà di fisica e matematica e si laureò nel 1903. Quella formazione rimase nella sua scrittura: il gusto per la struttura, per il ritmo misurabile, per le figure geometriche che tornano ossessive nelle sue pagine.
Intanto scriveva. Scelse lo pseudonimo “Belyj”, cioè “il Bianco”, per non mettere in imbarazzo il padre, decano di facoltà. Gli esordi furono poetici e musicali: le “Sinfonie” in prosa ritmica, a partire dal 1902, e la raccolta Oro nell’azzurro nel 1904. Dietro c’era la lezione di Verlaine e il suo programma, la musica prima di ogni cosa: la parola che vale per il suono prima che per il senso.
Nel 1903 cominciò la corrispondenza con Aleksandr Blok, e l’anno dopo si incontrarono. Fu un’amicizia da fratelli spirituali, nutrita dallo stesso culto per Vladimir Solov’ëv e per la Sofia, la Sapienza divina in figura di donna. Fu anche un legame tormentato, segnato dall’amore di Belyj per Ljubov’ Mendeleeva, moglie di Blok. I due restarono legati fino alla morte di Blok, nel 1921.
Il simbolismo russo in breve
Il simbolismo russo nasce negli anni Novanta dell’Ottocento come reazione al realismo. La prima generazione, con Brjusov, Bal’mont, Merežkovskij e Zinaida Gippius, guarda soprattutto ai francesi e alla bellezza come rifugio. La seconda, quella di Belyj, Blok e Vjačeslav Ivanov, gli dà un respiro religioso e profetico, sulla scia di Solov’ëv. Per loro il simbolo è un ponte tra il visibile e l’invisibile: la realtà quotidiana diventa il segno di un’altra realtà, più vera. L’arte ha un compito quasi sacerdotale, quello di trasfigurare il mondo. Belyj ne fu il teorico più acuto, con la raccolta di saggi Simbolismo del 1910, e il romanziere più audace.
Steiner, la rivoluzione, l’esilio
Nel 1912 Belyj incontrò Rudolf Steiner insieme alla compagna Asja Turgeneva, che sposò nel 1914. L’antroposofia divenne per lui una conversione. Visse a Dornach, in Svizzera, dal 1914 al 1916, e lavorò con le proprie mani alla costruzione del Goetheanum, intagliando il legno del tempio steineriano.
Rientrato in Russia, accolse la Rivoluzione d’Ottobre con un pathos quasi mistico. La lesse come una resurrezione spirituale del popolo e la cantò nel poema Cristo è risorto, del 1918, gemello dei Dodici di Blok. Tenne lezioni, partecipò alla Libera Associazione Filosofica, credette in una cultura nuova.
La delusione arrivò presto. Lo Stato sovietico prendeva una forma burocratica e oppressiva, lontana dalla rinascita interiore che aveva sognato. Dopo la morte di Blok, nell’autunno del 1921, Belyj partì per Berlino. Asja lo lasciò, e gli anni berlinesi furono di smarrimento.
Nel 1923 tornò a Mosca con Klavdija Vasil’eva, che sarebbe diventata la sua seconda moglie. Visse isolato, guardato con sospetto, ai margini della vita letteraria ufficiale. Si dedicò alla memoria: la trilogia Sul confine di due secoli, L’inizio del secolo, Tra due rivoluzioni, ritratto inimitabile di un’epoca e dei suoi protagonisti. Scrisse anche La maestria di Gogol’, un saggio sul maestro da cui aveva imparato la Pietroburgo grottesca e spettrale. Morì a Mosca l’8 gennaio 1934, per le conseguenze di un’insolazione presa l’estate precedente a Koktebel’, in Crimea.
Pietroburgo, la città che si sogna
Il romanzo uscì a puntate tra il 1913 e il 1914 e in volume nel 1916. Belyj lo rielaborò e ne pubblicò una versione ridotta a Berlino nel 1922. Nabokov lo mise tra i grandi capolavori della prosa del Novecento, accanto a Joyce, Kafka e Proust.
La storia si svolge in pochi giorni dell’autunno 1905, l’anno della prima rivoluzione russa. La città è attraversata da scioperi, comizi, attentati.
Il senatore Apollon Apollonovič Ableuchov è un alto funzionario dell’Impero. Ama le linee rette, i prospetti, i cubi, l’ordine geometrico che vorrebbe imporre al caos russo. Ha paura degli spazi aperti e della folla. Vive in un palazzo freddo con il figlio Nikolaj Apollonovič, studente di filosofia kantiana, pallido e diviso. La madre, Anna Petrovna, li ha abbandonati per fuggire in Spagna con un cantante italiano.
Nikolaj, in un momento di esaltazione, ha promesso aiuto a un gruppo rivoluzionario. Il terrorista Aleksandr Ivanovič Dudkin, figura tormentata e allucinata, gli consegna un piccolo pacco: una bomba nascosta in una scatola di sardine, con un congegno a orologeria. Il provocatore Lippančenko, doppiogiochista tra polizia e rivoluzionari, gli fa sapere qual è il bersaglio: suo padre.
Intorno a questo nucleo si muovono altre figure. Sof’ja Petrovna Lichutina, civettuola e capricciosa, che Nikolaj ha amato e respinto, e che lui spaventa travestito da domino rosso. Suo marito, il tenente Lichutin, ufficiale goffo e offeso. Il Cavaliere di bronzo, la statua di Pietro il Grande, che una notte si stacca dal piedistallo e sale le scale di Dudkin.
La bomba esplode, ma senza uccidere nessuno. Dudkin, impazzito, uccide Lippančenko e viene trovato a cavalcioni del cadavere, nella posa del Cavaliere. Il senatore si ritira in campagna a scrivere le sue memorie. Nikolaj parte per l’Egitto, e anni dopo torna in Russia a leggere il filosofo Skovoroda.
La vera protagonista, però, è la città. Pietroburgo nasce da un atto di volontà su un terreno di palude, e Belyj la descrive come un’allucinazione collettiva: brume gialle e verdi, ponti sospesi, prospettive che si perdono. Una città che esiste perché qualcuno la pensa, e che potrebbe dissolversi da un momento all’altro.
In Biblioteca: Andrej Belyj, Pietroburgo, Adelphi, 384 pagine (ISBN 9788845929205).
Il cielo di Belyj, i personaggi di Pietroburgo
L’ora di nascita di Belyj è sconosciuta, quindi restano fuori Ascendente e case. Le posizioni dei pianeti bastano però a disegnare un ritratto, e a ritrovarvi, uno per uno, i personaggi del romanzo.
Sole, Mercurio e Marte in Scorpione: Nikolaj, Lippančenko, Dudkin e la bomba
Tre pianeti nello stesso segno fanno dello Scorpione il centro di gravità del tema. Il Sole è Nikolaj Apollonovič, il figlio che custodisce un segreto mortale e vive diviso tra la maschera e ciò che nasconde.
Mercurio in Scorpione è la mente che scava e cifra. Si riconosce nel kantismo di Nikolaj, nel suo pensiero che gira a vuoto, e ancora di più in Lippančenko, il doppiogiochista che porta messaggi tra due fronti e tradisce entrambi. Mercurio in questo segno è anche la prosa di Belyj: ritmica, ripetitiva, fatta di allusioni.
Marte in Scorpione è nel suo domicilio tradizionale, ed è il pianeta più forte del tema. È la bomba nella scatola di sardine: forza chiusa, concentrata, che ticchetta in attesa. È anche Dudkin, il terrorista che vive nel sottosuolo della città e della propria mente.
Saturno in Ariete, opposto al Sole: il senatore
Saturno è il pianeta dell’autorità, delle regole, del padre. In Ariete è in caduta, debole e a disagio. Apollon Apollonovič è proprio questo: un potere fatto di righe dritte e geometrie, rigido in superficie e fragile dentro, impaurito dagli spazi aperti.
L’opposizione al Sole mette padre e figlio uno di fronte all’altro, come nel romanzo. Saturno in Ariete dipende inoltre da Marte, signore del segno: il destino del padre è letteralmente nelle mani della bomba.
Giove e Saturno in Ariete: l’Impero e la rivoluzione
Giove accanto a Saturno, nel segno dell’inizio, annuncia la grande congiunzione del 1881 e un ciclo storico nuovo. È l’Impero russo con le sue gerarchie, e insieme la scossa che lo incrina. Il romanzo è ambientato nel 1905, l’anno in cui quell’ordine comincia a cedere.
Luna in Leone, in quadrato al Sole: Anna Petrovna e il domino rosso
La Luna a 4 gradi del Leone forma un quadrato quasi esatto con il Sole: è la tensione più stretta del tema. La Luna è la madre, e in Leone è una madre teatrale, che chiede di essere guardata. Anna Petrovna fugge con un cantante italiano, poi ricompare nella vita del figlio.
La stessa Luna in Leone si ritrova nella scena del ballo in maschera, quando Nikolaj si traveste da domino rosso per spaventare Sof’ja Petrovna. Belyj stesso, eccentrico e scenico, portava questa Luna nel modo di presentarsi al mondo.
Venere in Sagittario: l’amore lontano e la fuga
Venere in Sagittario idealizza e si allontana. Sof’ja Petrovna è l’amore desiderato e mancato, come Ljubov’ Mendeleeva per Belyj. Venere dipende da Giove, il pianeta dei viaggi e della ricerca di senso: alla fine Nikolaj parte per l’Egitto e torna a cercare la sapienza in Skovoroda. Belyj stesso viaggiò in Egitto con Asja Turgeneva, prima di trovare Steiner.
Nettuno opposto al Sole: la città
Resta la protagonista. Nettuno è la nebbia, il sogno, la dissoluzione dei confini. In Toro diventa terra che si scioglie, pietra costruita sulla palude che si fa vapore. Opposto al Sole, è il mondo che sfuma intorno all’identità di Belyj: la Pietroburgo spettrale dove una statua scende dal piedistallo e nessuno sa più cosa sia reale.
Lo Scorpione dà a Belyj il segreto e la bomba. Nettuno gli dà la nebbia che li nasconde, Saturno il padre contro cui farli esplodere. Dalla deflagrazione nessuno muore davvero: tutti, alla fine, cambiano pelle. Lo Scorpione, del resto, conosce un solo modo di rinascere.
Per approfondire
- Guido Carpi, Storia della letteratura russa, Carocci.
- Noemi Albanese, profilo di Andrej Belyj, Università di Udine.
- Andrey Bely, Encyclopaedia Britannica.
Scopri di più da Manipa
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

