Aberkariad, il racconto di Thomas Morris in Apriti, è una piccola storia di cavalli marini che parla, in realtà, dell’amore più testardo e malinconico che esista.
Me lo ha consigliato Ersilia, la mia libraia di fiducia alla Ubik di Casalpalocco. Quelle raccomandazioni che arrivano con una certezza negli occhi — “questo devi leggerlo” — e che puntualmente centrano il bersaglio. Aveva ragione.
Nei cavallucci marini, è il maschio a portare i piccoli nel marsupio, a tenerli, a partorirli. Un capovolgimento biologico già straordinario. Ma in Aberkariad, Thomas Morris spinge ancora più in là: cosa succede quando un cavalluccio marino decide di fare il padre nel senso più pieno della parola — non solo fisiologicamente, ma emotivamente, testardamente, contro ogni convenzione della sua specie?

Un papà che resta — e un buco che non si chiude
Il protagonista di questo racconto conosce il dolore dell’abbandono fin dalla nascita. Lo ha vissuto sulla propria pelle, e da quel momento ha deciso una cosa sola: i suoi figli non avrebbero mai provato quella stessa sensazione. Così, quando la madre dei suoi piccoli se ne va senza voltarsi indietro, lui non va da nessuna parte. Rinuncia ad altre relazioni, si dedica interamente ai figli, tiene insieme con le sue sole forze quello che rimane di una famiglia.
È un gesto d’amore assoluto. Ed è anche, inevitabilmente, un gesto malinconico.
“Credo che tutti abbiamo dentro un buco. Possiamo provare a riempirlo di spiegazioni e distrazioni, e per qualche tempo può anche darsi che gli sforzi diano i loro frutti e che riusciamo ad andare a dormire sentendoci pieni, ma al mattino ci svegliamo sempre vuoti.”
— Thomas Morris, Apriti
Questo buco — di cui Morris parla con una lucidità che spezza — è esattamente quello che il padre di Aberkariad cerca di non tramandare. Ma il dolore non si cancella per decreto. Si trasforma, al massimo. Si sublima.
I ritratti dell’amata
I figli crescono e se ne vanno — come è giusto che sia. Il padre rimane solo. E fino alla fine continua a dipingere ritratti della femmina che lo ha abbandonato, quella che non è mai tornata e che forse non ha mai saputo quanto fosse amata.
C’è qualcosa di antico e universale in questa immagine. L’amore non corrisposto che non smette di esistere, che trova forma nell’arte, nel gesto ripetuto, nell’ostinazione silenziosa. Non è una storia a lieto fine. È qualcosa di più raro: una storia vera.
Genere, natura, preconcetti rovesciati
Ciò che rende Aberkariad così potente è la sua capacità di usare la biologia per smontare i preconcetti. I ruoli di genere — anche quelli che pensiamo “naturali” — sono costruzioni che si possono scegliere di abitare o di sfidare. Un cavalluccio marino che decide di essere padre nonostante tutto diventa lo specchio di ogni genitore che ha scelto di esserlo davvero, fino in fondo, anche quando nessuno stava guardando.
Morris scrive con una delicatezza chirurgica. Non c’è sentimentalismo facile, non c’è moralismo. Solo la storia di un essere piccolo e ostinato che si aggrappa all’amore come fosse l’unica cosa sensata da fare.
Perché consigliarlo per la festa del papà
In un giorno in cui si celebrano i padri, Aberkariad offre qualcosa di più prezioso della retorica: offre riconoscimento. Per i padri che hanno scelto di restare. Per quelli che hanno dovuto farlo da soli. Per quelli che portano ancora dentro quel buco di cui parla Morris, e che ogni giorno decidono di non passarlo ai propri figli.
È un racconto tenerissimo e malinconico insieme. Il tipo di storia che rimane.
Il libro
Apriti — Thomas Morris
Racconto: Aberkariad
Consigliato da Ersilia · Ubik Casalpalocco, Roma




