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Philip Roth, Everyman — Il conto con se stessi

Posted on 17 Marzo 202617 Marzo 2026 by MANIPA

C’è un momento preciso in cui ci si accorge di avere meno anni davanti che alle spalle. Non è necessariamente un momento drammatico — può essere una mattina qualunque, uno specchio, il funerale di un amico coetaneo. Ma da quel momento in poi il modo di guardare la propria vita cambia. Si smette di costruire e si comincia a fare i conti. È esattamente da questo punto che Philip Roth scrive Everyman, pubblicato nel 2006, a settant’anni suonati. Ed è difficile non sentire, in ogni pagina, quanto di personale ci sia in questo romanzo breve e spietato.

Philip Roth Segno Pesci

Il titolo richiama un’opera morale medievale inglese — quella in cui il protagonista, alle soglie della morte, scopre che nessuno dei suoi compagni di vita è disposto ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio — e Roth ne fa la cornice perfetta per un’anatomia della vecchiaia americana. Il romanzo comincia con un funerale: il protagonista, di cui non sapremo mai il nome, viene sepolto nel New Jersey mentre i figli più grandi e qualche ex collega ricordano la sua vita. Da lì in poi è un lungo flashback — o meglio, una serie di soste nella memoria — che ripercorre decenni di operazioni chirurgiche, divorzi, tradimenti, successi professionali e abbandoni affettivi. La struttura narrativa rispecchia il modo in cui la mente lavora quando il tempo si fa corto: non in ordine, ma per ferite, per rimpianti, per immagini che tornano.

Quello che colpisce di più è l’atteggiamento del protagonista verso il proprio passato. Non è nostalgia, non è esattamente pentimento. È qualcosa di più strano e più onesto: l’incredulità. L’uomo anziano che guarda indietro non si riconosce nelle proprie azioni. I tradimenti alle mogli, la distanza emotiva dai figli maggiori, le scelte che sembravano inevitabili e che ora appaiono semplicemente sbagliate. Non sono stato quello che volevo essere è una frase che torna, quasi un ritornello. Come se la vita fosse accaduta in sua assenza, come se il corpo e le pulsioni avessero deciso per lui mentre lui guardava da un’altra parte.

Man mano che la morte si avvicina — e in questo libro si avvicina con la concretezza di un referto medico, di un’altra operazione, di un altro ricovero — il protagonista sente emergere con crescente intensità il ricordo dei suoi genitori. Li rivede nella loro rettitudine quieta, nella coerenza di una vita condotta senza grandi slanci ma anche senza tradimenti. Li ammira, forse per la prima volta davvero, per quella capacità di essere stati fedeli a se stessi che lui non ha avuto. E li rimpiange — non solo come persone amate e perdute, ma come modello mancato, come la versione di sé che avrebbe potuto essere e non è stata. Sono tra le pagine più commoventi del libro: qualcosa di tenero e doloroso insieme, il gesto di un figlio che torna dai genitori quando ormai è troppo tardi per imparare da loro.

Roth non assolve il suo personaggio, ma non lo condanna nemmeno con facilità. C’è una sottile pietà nel modo in cui lo ritrae: un uomo che, guardato dall’esterno, ha avuto tutto — una carriera brillante come art director, case belle, donne desiderabili, inserimento sociale — ma che dall’interno si percepisce come perennemente sballottato, incapace di tenere insieme le cose che amava, malinconico anche nei momenti di pienezza. Il successo e il fallimento convivono nella stessa vita, e questo è forse il dettaglio più realistico del libro.

Nella vecchiaia, quando la solitudine diventa compagna stabile e il tempo libero cessa di essere una conquista per trasformarsi in un peso, quell’io pieno di vitalità, di desideri, di progetti che aveva animato decenni di vita diventa quasi irriconoscibile — persino grottesco. Roth descrive con precisione chirurgica come il corpo invecchiante tradisca e umilii, come la morte dei contemporanei non sia soltanto lutto ma progressivo isolamento, come i tentativi tardivi di recuperare i rapporti spezzati arrivino quasi sempre troppo tardi.

Everyman è un libro breve — 180 pagine circa — ma ha il peso specifico di qualcosa di molto più lungo. Non è un romanzo consolatorio, non offre riscatto né catarsi. Offre qualcosa di più raro: la sensazione di leggere una resa dei conti autentica, scritta da qualcuno che non ha interesse a farsi sembrare migliore di quello che è stato.

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