Milan Kundera è stato uno degli scrittori più citati e meno letti del Novecento europeo. La sua fama italiana deve più a un tormentone televisivo che alla critica letteraria, e la sinistra occidentale lo ha adottato come simbolo anti-sovietico senza interrogarsi troppo su cosa pensasse davvero. Nei suoi saggi, e in particolare nel discorso all’Unione degli scrittori raccolto in Un occidente prigioniero, il Kundera intellettuale scivola in un nazionalismo culturale che contraddice la complessità del Kundera romanziere. Un’occasione per riflettere su come le opere vengano strumentalizzate, su cosa si perde quando uno scrittore cede alla propria leggenda, e su perché la vera divisione dell’umanità non corre mai lungo i confini che siamo spinti a guardare.

Milan Kundera Brno, 1 aprile 1929 – Parigi, 11 luglio 2023 · Ariete Romanziere ceco naturalizzato francese, è considerato uno dei maggiori scrittori europei del Novecento. Membro del Partito Comunista cecoslovacco, ne viene espulso dopo la Primavera di Praga del 1968. Emigra in Francia nel 1975, dove insegna alla Sorbona e all’École des Hautes Études. Scrive i suoi ultimi romanzi direttamente in francese. Rifiuta per anni interviste e apparizioni pubbliche, costruendo attorno a sé un’aura di inaccessibilità che contribuisce non poco alla propria leggenda. In Italia la sua fama esplode negli anni Ottanta, amplificata — è difficile non dirlo — dal tormentone televisivo di D’Agostino nello spettacolo di Renzo Arbore, che trasforma il suo nome in un elemento di riconoscimento culturale generazionale.
Ci sono scrittori che vengono letti e scrittori che vengono posseduti.
Kundera appartiene alla seconda categoria almeno quanto alla prima. L’insostenibile leggerezza dell’essere è stato negli anni Ottanta uno di quei libri che non si potevano non avere sul comodino — indipendentemente dal fatto che si arrivasse davvero alla fine. Un oggetto identitario prima ancora che un romanzo.
Questo non significa che il romanzo non valga. Vale, e molto. Ma la moda lo ha avvolto in uno strato di rumore che rende difficile tornare al testo con occhi puliti. La leggenda ha quasi fagocitato l’opera.
Un’opera che viene presa in ostaggio da una parte politica perde la sua capacità di disturbare. E la letteratura vera disturba — crea disagio, apre crepe, mette in discussione.
Il Kundera romanziere e il Kundera intellettuale pubblico sono due figure che conviene tenere separate.
Il primo, quello di L’insostenibile leggerezza e soprattutto di L’ignoranza, ha intuizioni genuine: sulla leggerezza come condanna più che come privilegio, sul kitsch come categoria insieme politica ed esistenziale, sulla memoria come terreno di conflitto. Il secondo — quello dei saggi, delle interviste, dei discorsi pubblici — è una figura che va ridimensionata.
In Un occidente prigioniero, raccolta che include il suo celebre discorso all’Unione degli scrittori, Kundera rivendica il diritto dell’Europa centrale a essere considerata pienamente occidentale ed europea, in contrapposizione alla Russia. L’argomentazione è emotivamente comprensibile — la Cecoslovacchia era stata abbandonata a Monaco nel ’38, poi nel ’45, poi ancora con la Primavera di Praga. Ma dal dolore legittimo a una mappa culturale che divide l’Europa in civiltà e barbarie secondo linee quasi etniche, il passo è lungo e scivoloso. E Kundera lo compie senza esitazioni.
Uno sguardo di parte anche se comprensibile
Quello che trascura — o finge di non vedere — è che l’Europa centrale non è finita sotto l’orbita sovietica per capriccio della storia, ma per effetto di una guerra mondiale che quella stessa Europa aveva contribuito a produrre: i nazionalismi, i fascismi, le complicità. Semplificare tutto in una questione di identità culturale è una mossa retorica di grande efficacia e di scarsa onestà intellettuale.
La sinistra occidentale cosiddetta liberista adorava questa narrativa perché era funzionale: permetteva di criticare l’URSS senza interrogarsi sulle proprie contraddizioni, sui propri imperialismi, sulle dittature finanziate quando faceva comodo. Kundera diventava uno strumento comodo. E lui, in parte, lasciava che lo diventasse.
Chi rinuncia all’identità come arma non offre appigli comodi a nessuna parte. È forse per questo che Cechov, Kafka, Pessoa restano più difficili da strumentalizzare.

La vera divisione che il nazionalismo — in qualunque forma, anche quella colta, anche quella che si ammanta di difesa della civiltà — contribuisce a oscurare è quella verticale: tra chi può vivere dignitosamente e autodeterminarsi, e chi non può farlo. Finché si litiga lungo l’asse orizzontale delle identità, quella domanda scomoda resta fuori campo.
Vale la pena tenere tutto questo in mente rileggendo Kundera. Non per condannarlo, ma per separare ciò che nel suo lavoro resiste davvero da ciò che era funzionale a un momento storico e a certe aspettative di certi pubblici. L’ignoranza, più discreto e meno monumentale, regge meglio di tutto il resto proprio perché rinuncia all’ambizione totalizzante.
I libri in biblioteca
L’insostenibile leggerezza dell’essere Ed.Adelphi

Praga, 1968. Quattro personaggi, due coppie, e la domanda che attraversa tutto: è meglio il peso della responsabilità o la leggerezza di chi non si lega a nulla? Uno dei romanzi europei più discussi del Novecento, con tutto ciò che questo comporta in termini di leggenda e di lettura difficile da epurare dal rumore.
L’ignoranza Adelphi

Due emigrati cechi tornano in patria dopo la caduta del comunismo e scoprono che la nostalgia era un’illusione: il paese che ricordavano non esiste più, e loro stessi non sono più le persone che erano partite. Forse il romanzo più riuscito di Kundera, proprio perché il più silenzioso.
Un occidente prigioniero ed. Adelphi
Raccolta di saggi e interventi pubblici, tra cui il celebre discorso all’Unione degli scrittori cecoslovacchi. Documento essenziale per capire — e discutere — il Kundera intellettuale: la sua visione dell’Europa, il suo rapporto con la Russia, le ambiguità di una posizione che scivola più volte verso il nazionalismo culturale.
Prossimi articoli
Alcune figure restano sullo sfondo di questa riflessione e avranno in futuro uno spazio proprio.
Aleksandr Solženicyn — un caso per certi versi speculare a Kundera: anche lui adottato dall’Occidente liberale come simbolo della libertà contro il totalitarismo sovietico, anche lui poi rivelatosi portatore di una visione del mondo che quell’Occidente non voleva ascoltare. Il suo nazionalismo russo, la sua ortodossia, il suo disprezzo per la democrazia liberale hanno creato un imbarazzo enorme in chi lo aveva osannato. Arcipelago Gulag e Una giornata di Ivan Denisovic in biblioteca.
Primo Levi — dal lager non ha ricavato un’identità da rivendicare, ma una domanda sull’umano da non smettere mai di porre. Uno dei rarissimi casi in cui il testimone non cede alla trappola del nazionalismo né a quella del simbolo.
Anton Cechov — non dava risposte. Diceva che il compito dello scrittore è porre le domande giuste. Mostrava, con precisione chirurgica, chi stava soffrendo e perché. Forse per questo è tra gli scrittori più difficili da strumentalizzare.




