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Le scrittrici cornice manipa

La vita parallela di Shirley Jackson

Posted on 26 Marzo 202626 Marzo 2026 by MANIPA

Lo leggo la sera, qualche pagina prima di dormire, e già so che quando finirò mi mancherà. Vita fra i selvaggi è uno di quei libri che non si leggono soltanto — si abitano. E mentre lo abito mi viene un pensiero che torna spesso: avrei voluto averlo quando avevo i bambini piccoli. Mi sarei sentita meno sola. Mi sarebbe bastato vedere con quale spirito ironico e leggero Shirley Jackson descrive il caos di una famiglia numerosa — lei, mamma imperfetta ma piena di fantasia e umorismo — per capire che il disordine non era un fallimento. Era semplicemente la vita.


C’è un falso mistero che circola intorno a Shirley Jackson, e riguarda il contrasto apparente tra la sua vita domestica e la sua letteratura. Come ha potuto una madre così presente — quattro figli, una casa sempre in movimento, una routine che non lascia respiro — scrivere romanzi così oscuri, così perturbanti, così capaci di toccare le zone più buie della psiche umana? La domanda parte da un presupposto sbagliato: che la maternità e l’oscurità stiano su piani separati, e che l’una debba essere superata o nascosta per accedere all’altra.

Shirley Jackson

Vita fra i selvaggi smonta questo presupposto dall’interno. Leggendolo si capisce che Jackson non scriveva nonostante i suoi figli. Li osservava con lo stesso sguardo con cui osservava Hill House.

I bambini non hanno ancora imparato a censurare il perturbante. Lavorano con la stessa materia grezza della grande letteratura gotica: confini porosi tra reale e immaginario, paura come linguaggio naturale, logica del sogno applicata alla veglia. Una delle figlie di Jackson si porta dietro un’intera famiglia di bambini immaginari, anche al centro commerciale, anche in mezzo alla gente. Jackson non la corregge, non la redirige verso il reale. La segue. Lascia che quella realtà parallela esista e abbia dignità. È un atto di poetica prima ancora che di pedagogia — la stessa disponibilità che nei romanzi si traduce in case che respirano, oggetti con intenzioni, realtà che si piegano senza spiegazioni.

I figli le hanno tenuto aperta una porta che negli adulti di solito si chiude. Quella zona della psiche — irriducibile, strana, non ancora spiegata — che la letteratura addomesticata di solito smussa o razionalizza. Stando con loro, Jackson non l’ha addomesticata del tutto neanche lei. L’animo umano più puro e meno addomesticato dei suoi bambini era anche il suo territorio narrativo. Quello in cui tutto ha tinte forti, e il baratro si può guardare senza essere protetti in fretta.


C’è poi la casa. In Vita fra i selvaggi lo spazio domestico non è mai fermo — è un organismo vivente, caotico, invaso, mai del tutto suo. Le stanze sono fluide: i bambini le attraversano di notte, si spostano, migrano, ridisegnano i confini senza chiedere permesso. I genitori seguono, cercano di tenere insieme, cedono, ridono. Jackson descrive tutto questo con una precisione che non è solo comica — è antropologica. La casa non è uno sfondo: è un personaggio, con la stessa ambivalenza dei suoi romanzi.

E qui si vede il filo sotterraneo che attraversa tutta la sua opera. Hill House non è un posto inventato. È il nome che Jackson dà a qualcosa che conosce dall’interno — uno spazio che non si lascia abitare del tutto, che resiste, che ha una sua volontà oscura. Vita fra i selvaggi e L’incubo di Hill House sono la stessa immaginazione vista da due angolazioni diverse. Uno guarda il caos domestico con amore e ironia, l’altro con terrore. Ma è lo stesso occhio. La stessa donna.


Poi si fa la ricerca. E si trova l’altra storia.

Depressione, alcolismo, paura di invecchiare, paura di essere dimenticata come scrittrice. Un marito — il critico letterario Stanley Edgar Hyman — per il quale lei era, nella pratica quotidiana, soprattutto una casalinga. Una vita pesante, che contrasta con la leggerezza ironica di Vita fra i selvaggi in modo quasi doloroso. Come può essere la stessa persona?

E allora viene un pensiero. Forse è così per molte di noi.

Inseriamo tutto in una normalità. Abbiamo figli, mariti, pranzi da preparare, vita di coppia e di relazione da portare avanti. E lo facciamo, e sembra finire tutto lì. Ma no — in molte resta quel lato nascosto, irrisolto, che vorrebbe riconoscimento, sfogo, realizzazione. E va a finire che nelle nostre biografie comparirà spesso la parola depressione, paura di invecchiare, paura di ingrassare. Sintomi mal nominati, ai quali diamo etichette cliniche o futili, mentre il nome vero sarebbe un altro, più scomodo e più preciso: la paura che non si accorgano di chi siamo. Che esisteremmo anche senza figli, anche senza mariti, anche senza una casa da rigovernare.


Ma Jackson non è una vittima.

Questo è il punto in cui bisogna stare attente — perché il ritratto-martire è una trappola, e lei non ci starebbe.

Non ha scritto nonostante la vita che aveva. Ha scritto dentro quella vita, trovando una forma — imperfetta, costosa, ma sua. Mentre portava avanti la routine domestica al meglio che poteva, rimugina e pensava e costruiva una vita parallela in cui riversava tutto quello che nella vita vera doveva essere rimosso perché il sistema funzionasse. L’orrore jacksoniano non è evasione: è elaborazione. È il luogo in cui metteva ciò che non poteva stare nell’altra vita. Ha tenuto aperto un canale, anche con la depressione, anche con l’alcol che probabilmente serviva ad anestetizzare la distanza tra le due esistenze, anche con un marito che non la vedeva intera.

Questo non la rimpicciolisce. Al contrario. Rende la sua opera ancora più straordinaria — e la sua figura ancora più ammirevole.


Lo leggo la sera, qualche pagina prima di dormire. E penso che forse lo sto leggendo al momento giusto — non quando avevo i bambini piccoli e ne avevo bisogno per sentirmi meno sola, ma adesso, quando riesco a vedere entrambe le cose insieme. La leggerezza in superficie e il peso sotto. L’ironia come forma di resistenza. Il caos come poetica.

E capisco che non si escludono. Che spesso è proprio così che funziona, per le donne che scrivono, e non solo per loro. Che la vita parallela non è una fuga — è il posto in cui si è davvero, mentre fuori si fa tutto il resto.

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