Michail Saltykov-Scedrin, duecento anni dopo. Sulla satira come atto d’amore

Con Michail Saltykoov-Scedrin ci troviamo di fronte a quel tipo di scrittore che non invecchia perché ha scelto di abitare non il suo tempo, ma la struttura profonda del tempo: il modo in cui il potere si traveste, in cui la coscienza si addormenta, in cui le parole perdono significato mentre continuano a circolare.
Michail Evgrafovič Saltykov-Shchedrin — nato il 27 gennaio 1826 nel governatorato di Tver, morto a Pietroburgo il 10 maggio 1889 — appartiene a questa categoria rara e scomoda di testimoni che sembrano aver scritto ieri. Il 2026 è il suo bicentenario, e non è un anniversario da celebrare con retorica: è semmai un’occasione per rileggere, per la prima volta o di nuovo, uno scrittore che con la sua formula conclusiva — libertà, sviluppo, giustizia — aveva già capito che queste tre parole, separate l’una dall’altra, non significano nulla.
L’uomo doppio
Quello che colpisce nella biografia di Saltykov-Shchedrin è prima di tutto la sua natura duplice, quasi emblematica. Per decenni egli è al tempo stesso funzionario dell’impero e suo più feroce satirico: vice-governatore di Rjazan’ e di Tver’, uomo dello stato che firma le note burocratiche di giorno, e la sera — con lo pseudonimo Nikolaj Scedrin — smonta dall’interno l’intero apparato che di giorno amministra.
Non è ipocrisia: è qualcosa di più complesso, la coabitazione di chi conosce il sistema così bene da sapere esattamente dove colpirlo. L’esilio a Vjatka — comminato nel 1848 dallo zar Nicola I per la novella “Affare aggrovigliato”, ritenuta sovversiva — non frena la sua vocazione ma la radica: sono quegli anni di isolamento provinciale a fornirgli il materiale per gli Schizzi provinciali, l’opera che al ritorno dall’esilio lo renderà uno degli scrittori più amati e più odiati di Russia.
Questa doppiezza strutturale si riflette nel linguaggio. Michail Saltykov-Scedrin ha chiamato la sua maniera di scrivere “linguaggio da servo” (рабий язык): una prosa che procede per allusioni, per travestimenti fiabeschi, per nomi allegorici, per forme dell’assurdo che proteggono il senso vero come una corteccia protegge il legno vivo. I suoi avversari lo accusavano di essere un semplice caricaturista, un buffone.
Ma era esattamente il contrario: la maschera comica era la sola forma di libertà praticabile. Come scrivere contro la censura senza essere censurati? Come dire la verità in un paese dove la verità è reato? Facendo ridere coloro contro cui si combatte, mentre si lascia che altri, più attenti, capiscano.
I signori Golovlëv: una famiglia come autopsia

Nella biblioteca di Manipa.it c’è l’edizione Quodlibet dei Signori Golovlëv, nella storica traduzione di Ettore Lo Gatto — uno dei grandi ponti tra la cultura italiana e quella russa nel Novecento. È questo il romanzo in cui Michail Saltykov-Scedrin abbandona la satira di costume e si addentra in qualcosa di più oscuro e di più intimo: la dissolvenza di una famiglia di proprietari terrieri nell’epoca post-servitù della gleba, una dissolvenza che è al tempo stesso sociale, morale e metafisica.
I Golovlëv non sono semplicemente una famiglia disfunzionale: sono un organismo in cui la vita ha già smesso di scorrere mentre i corpi continuano a muoversi. La figura centrale, Porfirij Golovlëv — detto Iudushka, “il piccolo Giuda” — è uno dei personaggi più inquietanti della letteratura russa, forse dell’intera letteratura europea.
Non è un malvagio nel senso romantico: è qualcosa di più sottile e di più insopportabile, un uomo che ha sostituito la vita interiore con un flusso ininterrotto di chiacchiera devota, di conteggi, di piccole macchinazioni domestiche che riempiono il vuoto di una coscienza che si è semplicemente estinta.
La critica bachtiniana ha visto nei Golovlëv qualcosa che va oltre il “bozzettismo sociale”: una rappresentazione quasi allucinatoria della morte che avanza camuffata da vita, dell’alienazione che si fa sistema, di quel che accade a un essere umano quando smette di interrogarsi e comincia semplicemente a sopravvivere. La scena del risveglio finale di Iudushka — quando, nella quiete, le voci che aveva sempre coperto con il rumore artificiale della sua esistenza tornano a parlargli — è tra le pagine più potenti che la prosa russa dell’Ottocento abbia prodotto.
Il confronto che suggerisce la tradizione critica è con Zola: i quadri di degrado e di alcolismo in Zola sono quelli di un osservatore preciso, quasi clinico. In Saltykov-Shchedrin sono quelli di un psicologo che non ha bisogno dei termini clinici perché lavora direttamente con la luce e con l’ombra.
Fiabe e la coscienza smarrita
Accanto ai grandi romanzi, Michail Saltykov-Scedrin ha prodotto un corpus di fiabe (Skazki) che nella loro brevità folgorante anticipano forme narrative che il Novecento avrebbe reinventato senza saperlo. Il pesce saggio (Premudryj piskar’), il cavallo che non smette mai di lavorare (Konjaga), il carasso idealista (Karas’-idealist): sono allegorie che funzionano a più livelli contemporaneamente, fiabe che i bambini non dovrebbero leggere — o forse dovrebbero leggere per prime.
In una delle più belle, La coscienza smarrita, la coscienza — di cui tutti si liberano come di un peso intollerabile — trova rifugio soltanto nel cuore di un bambino piccolo, che crescendo la farà diventare grande con sé. È un’immagine che commuove proprio perché non è sentimentale: è quasi una scommessa, la sola che Saltykov-Shchedrin si concede in un’opera che non fa sconti a nessuno.
Michail Saltykov-Scedrin: duecento anni e nessun invecchiamento
Cosa rimane, nel 2026, di uno scrittore che scriveva per la Russia zarista? Rimane esattamente ciò che rimane di ogni grande satirico: il meccanismo. La descrizione di come il potere si traveste da necessità, di come le istituzioni si svuotano mantenendo la forma, di come la chiacchiera occupi il posto lasciato vuoto dalla riflessione, di come la coscienza — se non custodita con cura — tenda semplicemente a evaporare. Saltykov-Scedrin aveva costruito la sua “Città degli stupidi” — Glupoville, il nome parlante della sua città ideale — come specchio di un’intera civiltà. Quella città è ancora in piedi, e non è detto che sia lontana.
Leggere i Golovlëv oggi, nella traduzione di Lo Gatto che porta con sé la patina meravigliosa di un italiano nobile e preciso, è un’esperienza che lascia una domanda aperta: qual è, per ciascuno di noi, la chiacchiera con cui riempiamo il silenzio che non vogliamo ascoltare?
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