Helen Humphreys in Un cane di nome Ivy racconta cosa significa tornare a vivere – e a scrivere – grazie all’arrivo di un cucciolo testardo, mordicchioso e pieno di energia che le piomba in casa mentre è ancora immersa nel lutto.
Chi è Helen Humphreys

Helen Humphreys è una scrittrice e poetessa canadese, nata in Inghilterra e cresciuta poi a Kingston, in Ontario, una città di provincia dove la vita scorre lenta ma la letteratura ha un ruolo importante. Si è fatta conoscere prima come autrice di poesia, con diverse raccolte uscite tra gli anni Ottanta e Novanta, e poi come romanziera, vincendo premi prestigiosi in Canada e ottenendo l’attenzione del New York Times per romanzi come Leaving Earth e Afterimage. Nel corso della sua carriera ha alternato narrativa, poesia e non-fiction, ma sempre con lo stesso marchio di fabbrica: una scrittura limpida, apparentemente semplice, che in realtà scava con delicatezza nelle emozioni e nei micro-dettagli del quotidiano. È considerata oggi una delle voci più rilevanti della letteratura anglo-canadese contemporanea, capace di tenere insieme storia personale e storia collettiva senza mai alzare troppo il tono.
Il punto di partenza: un lutto e un cucciolo
Un cane di nome Ivy nasce da una situazione che molti riconosceranno: la morte di un animale amatissimo e la difficoltà, quasi il senso di tradimento, nell’idea di prenderne un altro. Humphreys ha appena perso Charlotte, la cagna con cui ha condiviso anni di vita e di scrittura, e si trova in un lutto ancora fresco quando decide, non senza esitazioni, di accogliere Ivy, una vizsla rumorosa, mordace, tutta scatti e capricci. Per tenere insieme quel momento confuso, l’autrice comincia a scrivere dei diari in cui registra i primi passi della convivenza: i morsi, le notti complicate, le passeggiate nel gelo dell’inverno canadese in cui ogni uscita sembra una piccola impresa. All’inizio sembra quasi che il dolore per Charlotte e la fatica di gestire Ivy si sommino, come se il nuovo cane non fosse un aiuto ma un ulteriore elemento di scompiglio. Eppure, pagina dopo pagina, si vede nascere una relazione: Ivy morde meno, abbaia meno, impara a fidarsi, e Humphreys scopre che la cura per il cucciolo è anche, lentamente, una forma di cura per se stessa.
Cani e scrittori: una strana alleanza
Il cuore del libro è il legame tra la scrittura e la presenza dei cani, un rapporto che per Humphreys non è un semplice contorno ma quasi una condizione di lavoro. L’autrice racconta che ogni suo libro è nato in compagnia di un cane, come se l’atto di scrivere avesse bisogno di quel respiro dietro la sedia, di quelle zampe che si spostano nella stanza, di quel ritmo quotidiano fatto di passeggiate obbligate e ritorni al tavolo. A partire dalla sua esperienza, Humphreys allarga lo sguardo e va a curiosare nelle vite di altri scrittori famosi – Thomas Hardy, Anton Čechov, Virginia Woolf – tutti accomunati, nota lei con un sorriso, dalla passione per cani “difficili”, pieni di carattere e spesso non proprio accomodanti. Il libro diventa così una specie di costellazione letteraria canina: mentre segue Ivy, Humphreys si chiede che cosa abbiano trovato questi autori in quei compagni a quattro zampe, e come la presenza di un cane possa influenzare il modo in cui si guarda il mondo e lo si traduce in parole. Ne viene fuori l’idea che il cane è, per lo scrittore, una specie di correttore di realtà: ti costringe a uscire, a cambiare ritmo, a stare nel corpo e non solo nella testa, a guardare le cose dal basso, da quel punto di vista a mezza altezza tra l’erba e il ginocchio.
Un libro sul lutto, ma anche sulla gioia
Nonostante il punto di partenza sia un lutto, Un cane di nome Ivy non è un libro cupo: è attraversato da una malinconia dolce, a tratti ironica, che non nega il dolore ma lo accompagna. Humphreys non si presenta mai come una padrona perfetta né come una grande esperta di cani, e questo lo si sente bene: racconta i propri errori, le irritazioni, i momenti in cui Ivy sembra del tutto ingestibile, e proprio qui la scrittura trova la sua onestà. Il lutto per Charlotte resta sullo sfondo, come una presenza discreta che ogni tanto riaffiora, ma senza trasformarsi in un monumento: è piuttosto un dialogo silenzioso, un confronto continuo tra ciò che è stato e ciò che sta nascendo con Ivy. Allo stesso tempo, il libro è pieno di piccole gioie quotidiane: una passeggiata che finalmente fila liscia, un gioco che funziona, un gesto improvviso di fiducia del cane che prima sembrava ostile. È proprio in questo equilibrio tra perdita e scoperta che il testo trova la sua forza emotiva, facendo risuonare l’esperienza di chiunque abbia amato un animale e si sia chiesto se fosse possibile aprire di nuovo la porta.
Un tono intimo, da confidenza
Dal punto di vista dello stile, Un cane di nome Ivy è un libro che si legge come una lunga conversazione, più che come un saggio: Humphreys alterna il racconto del quotidiano, le riflessioni personali e le incursioni nella vita di altri scrittori con una lingua semplice, pulita, che non ha bisogno di grandi effetti per arrivare al lettore. L’andamento a diari, con episodi brevi e osservazioni puntuali, permette di entrare quasi in tempo reale nel processo di conoscenza tra la scrittrice e il cane, come se stessimo seguendo, passo dopo passo, la costruzione di un rapporto. Non ci sono colpi di scena, perché non è quel tipo di storia: il vero movimento è interno, fatto di minuscoli cambi di sguardo, di accettazione dell’imperfezione, di quella strana forma di disciplina che i cani sanno imporre senza dire una parola. È un libro che parla agli amanti degli animali, certo, ma anche a chi è interessato al dietro le quinte della scrittura, a come una vita concretissima – fatta di ciotole, guinzagli, fango e neve – possa diventare materia letteraria senza perdere la sua freschezza.
Helen Humphreys Un cane di nome Ivy Ed. Playground ISBN 9788899452520
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