Matilde Serao, Roma e la modernità: perché ci parla ancora oggi
Matilde Serao è una di quelle figure che, appena le si dedica un po’ di attenzione, fanno venire spontanea la domanda: “Ma com’è possibile che a scuola non ne parli nessuno?”. Prima grande giornalista italiana, fondatrice di quotidiani importanti come “Il Mattino” e “Il Giorno”, autrice di romanzi e raccolte che hanno raccontato come pochi altri l’Italia post‑unitaria, è rimasta a lungo ai margini del canone, quasi una comparsa nella storia della nostra letteratura. Eppure è lì, in quel confine mobile tra giornalismo e narrativa, tra cronaca e romanzo, che Serao ha saputo essere sorprendentemente moderna, soprattutto nella descrizione del costume e dei mutamenti sociali.
Perché Matilde Serao è stata messa da parte

Le ragioni della sua rimozione non si esauriscono in una sola formula, ma si intrecciano. Intanto, il canone scolastico e critico italiano è stato costruito quasi esclusivamente su autori uomini: le narratrici tra Otto e Novecento sono state sistematicamente marginalizzate, e solo da pochi anni si lavora davvero a un “nuovo canone” che le includa. In questo quadro, Serao paga il fatto di essere donna in un sistema che, per decenni, ha considerato la scrittura femminile come qualcosa di accessorio, “minore”, spesso confinato al privato o all’aneddotico.
A questo si aggiunge un altro fattore: Serao viene percepita soprattutto come giornalista, non come grande romanziera. Il suo lavoro nelle redazioni, la fondazione di quotidiani, il successo presso un pubblico ampio hanno fatto sì che per molto tempo la sua produzione narrativa venisse letta come derivato della cronaca, quasi un prolungamento “letterario” del suo mestiere, e non come laboratorio autonomo di forme e sguardi. In realtà, proprio quell’ibridazione tra cronaca, osservazione dal vivo, approfondimento psicologico e costruzione romanzesca è uno degli aspetti più interessanti della sua scrittura, ma per decenni la critica ha cercato la “grande letteratura” solo dove riconosceva forme già canonizzate.
Infine, Serao è stata anche scomoda da incasellare: non è l’eroina femminista pura e semplice, ha posizioni ambivalenti su alcuni temi, porta avanti un verismo urbano e popolare che non rientra perfettamente nei parametri verghiani. Di fatto, è stata sottovalutata anche perché, nel raccontare il costume, le dinamiche sociali, i ruoli di genere e le trasformazioni della città moderna, stava giocando una partita troppo avanti rispetto agli strumenti critici dell’epoca; molte sue scelte narrative sono apparse “troppo innovative per le categorie usate dalla media dei critici”, e solo oggi se ne colgono davvero la portata e la complessità.
Stile di scrittura e temi centrali di Matilde Serao
Serao definiva il proprio stile “rotto”, imperfetto, e in questa definizione c’è qualcosa di profondamente vero: la sua prosa non è levigata, accademica, ma nervosa, viva, sospesa tra l’urgenza del pezzo giornalistico e la costruzione meditata del romanzo. Il suo verismo è concreto fino alla crudezza: corpi, abiti, odori, strade, gesti minimi, espressioni del volto, tutto viene osservato con una precisione che rimanda all’occhio del cronista e insieme alla sensibilità del narratore che sa cogliere la crepa emotiva nascosta nei dettagli. La lingua si spezza spesso in frasi brevi, si infittisce di dialoghi, di immagini immediate, di inserti quasi da reportage, dando la sensazione di stare dentro la scena piuttosto che di contemplarla da lontano.
I temi ricorrenti sono quelli di un’Italia che sta cambiando rapidamente: da una parte la condizione femminile, con un’attenzione quasi ossessiva alle vite delle donne comuni – maestre, impiegate, sarte, madri, ragazze che lavorano, zitelle – sospese tra il desiderio di autonomia e la rete fitta dei vincoli sociali. Dall’altra, la città moderna come grande protagonista: Napoli e Roma, soprattutto, diventano organismi complessi, ventre che ingloba e restituisce miseria, desiderio, aspettative, frustrazioni; basti pensare a “Il ventre di Napoli” o a “Il paese di cuccagna” per capire quanto la città, per Serao, sia insieme scenario e personaggio.
Smontare dall’interno le recite sociali
Accanto a questi nuclei, c’è il tema fortissimo della corruzione sociale e politica: il gioco d’azzardo come sistema, la politica come carriera, la stampa come spazio di potere, i compromessi che il potere esige in cambio di integrazione e successo. E ancora, l’Italia post‑unitaria vista nei suoi traumi: l’emigrazione, la nascita di una piccola borghesia impiegatizia, la distanza fra le province meridionali e la capitale, fra Nord e Sud. Nel modo in cui si sofferma sul costume – abiti, salotti, saluti, rituali mondani, linguaggi – Serao non fa colore di contorno: smonta dall’interno le recite sociali, mostra come i ruoli di genere e di classe passino proprio da quei gesti apparentemente superficiali, e qui davvero anticipa uno sguardo novecentesco, sociologico e psicologico insieme.
Matilde Serao e Roma: esperienza vissuta e metafora del potere
Roma, nella sua opera, non è un semplice fondale simbolico, ma una città conosciuta dall’interno e poi trasformata in figura narrativa. Serao vi si trasferisce nel 1882, vive alcuni anni intensi nella capitale, lavora nelle redazioni, fonda il “Corriere di Roma”, frequenta ambienti mondani e politici e osserva da vicino la vita parlamentare del giovane Stato unitario. Questa esperienza diretta le permette di descrivere salotti, corridoi della Camera, ministeri, giornali non come luoghi astratti della “politica”, ma come spazi abitati da corpi, voci, gerarchie, piccoli rituali e grandi ambizioni: un materiale che lei decanta narrativamente e che confluisce in modo evidente in “La conquista di Roma”.
Roma, la grande metafora
Nel romanzo, però, Roma diventa qualcosa di più: è la grande metafora del potere moderno e delle sue seduzioni. È capitale politica, città in cui si addensa il nuovo Stato, con il Parlamento e i ministeri, ma è anche un fascio di “più Rome” sovrapposte – quella archeologica, quella clericale, quella borghese liberale, quella affaristica – che convivono e si scontrano. Serao stessa insiste sull’idea che Roma non sia davvero “conquistabile”: la città resiste, assorbe, trasforma chi arriva, e in questo senso “La conquista di Roma” racconta meno la conquista di un luogo che la conquista – o meglio, la colonizzazione – dell’anima del protagonista da parte del meccanismo politico.
Il rapporto di Serao con Roma, insomma, è duplice: da un lato è conoscenza concreta, quasi topografica, maturata negli anni di vita e lavoro nella capitale; dall’altro è costruzione simbolica, Roma come emblema di ogni centro di potere che promette riscatto e finisce per logorare chi tenta di entrarvi. Proprio perché la città è descritta con tale precisione di ambienti e di comicità umana, la Roma del romanzo diventa facilmente leggibile anche come figura di qualsiasi capitale politica e mediatica, ieri come oggi.
“La conquista di Roma”
“La conquista di Roma” ruota attorno alla figura di Francesco Sangiorgio, giovane avvocato lucano appena eletto deputato. Lo incontriamo all’inizio del romanzo in viaggio verso la capitale, carico di aspettative: Roma è per lui il luogo del riscatto personale e collettivo, la promessa di una vita nuova, il passaggio dalla povertà provinciale al centro del potere. Una volta arrivato, però, Sangiorgio si trova immerso in un ambiente mondano, sofisticato, cinico: deve imparare le regole non scritte dei salotti, tessere relazioni, farsi vedere e riconoscere, capire la grammatica delle alleanze e dei favori.
La sua scalata passa anche attraverso una relazione con una donna influente dei salotti romani e attraverso episodi che ne accrescono la visibilità sociale, come un duello che lo rende improvvisamente noto nell’ambiente politico. Man mano che avanza, viene coinvolto in manovre che portano alla caduta di un ministro e favoriscono l’ascesa del suo protettore: la politica diventa così un gioco di equilibri precari, di strategie e di vendette, più che un servizio al bene comune. Sullo sfondo, però, si consuma una crisi più profonda: l’innamoramento per la moglie algida di un ministro, il senso di tradimento rispetto alle proprie radici lucane, la percezione che quel mondo lo stia progressivamente snaturando. Alla fine, Sangiorgio, consumato interiormente, sceglie di dimettersi e tornare in Basilicata: la sconfitta non è solo politica, è soprattutto morale e identitaria, come se la conquista si fosse rovesciata in perdita di sé.
La conquista di Roma colpisce per la sua straordinaria attualità
Letto oggi, il romanzo colpisce per la sua straordinaria attualità. C’è il giovane politico del Sud che arriva nella capitale con un’idea quasi sacra della missione pubblica, e c’è il sistema che lo lavora ai fianchi, giorno dopo giorno, attraverso piccole concessioni, autoassoluzioni, accomodamenti (“lo fanno tutti”, “è solo questa volta”, “serve per un bene più grande”). Serao non lo giudica dall’alto: non lo assolve, ma nemmeno lo trasforma in un mostro, piuttosto lo segue nel suo scivolamento graduale dalla coerenza al compromesso, facendo emergere la natura lenta e insidiosa della corruzione.
Fra l’analisi psicologica e lo spirito da giornalista
Dal punto di vista stilistico, “La conquista di Roma” è un perfetto esempio della sua scrittura ibrida: l’accuratezza quasi giornalistica con cui restituisce il clima della Roma post‑unitaria – le sedute parlamentari, i corridoi, i salotti, le strade – convive con un’attenzione psicologica affilata, che fa vibrare Sangiorgio nella tensione continua tra la Basilicata che lo “chiama” e la città che lo seduce. Non è un romanzo rassicurante: non propone né eroi integri né cinici assoluti, ma un uomo che si perde poco a poco, consumato da una città che non si lascia possedere e da un potere che, più che farsi conquistare, conquista.
Se dovessimo riassumere, potremmo dire che la vera “conquista” raccontata da Serao non è quella di Roma, ma quella della coscienza di Sangiorgio da parte dei meccanismi del potere. E forse è proprio qui che sta la sua modernità: nella capacità di usare il romanzo come lente per osservare come la politica entri nelle vite, nei corpi, nei desideri, nei gesti quotidiani, e come una città possa diventare specchio fedele delle fragilità di chi la abita. È anche per questo che oggi, più che mai, avrebbe senso riportare Matilde Serao – e “La conquista di Roma” in particolare – al centro delle nostre letture, fuori dalle note a piè di pagina e dentro le nostre domande sul rapporto tra individui, potere e città.
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