Gli animali nei libri, a volte, sono tutto fuorché “personaggi secondari”. In certi casi diventano una specie di specchio deformante in cui gli umani si rivedono, più sinceri e meno eleganti di come vorrebbero apparire. È quello che succede con il cane aristocratico di Virginia Woolf, con il vizsla inquieto di Helen Humphreys e con il cane e il gatto chiacchieroni di Colette, che parlano, amano, giudicano – e, soprattutto, ci osservano.
Un cane che fiuta la società: Flush
In Flush. Biografia di un cane Virginia Woolf prende un soggetto apparentemente minimo – il cocker spaniel di Elizabeth Barrett Browning – e gli cuce addosso una vita intera, tra campagna inglese, salotti soffocanti e fughe a Firenze. Flush è un cane di razza, “corredo cromosomico da manuale”, con tutto il portato di decoro, aspettative e gerarchie che circondano lui e la sua padrona nella società vittoriana. Ma, scena dopo scena, il romanzo fa una cosa molto precisa: usa il suo sguardo per raccontare il mondo umano, con le sue gabbie visibili (le stanze chiuse, il guinzaglio) e quelle invisibili (le convenzioni, i ruoli di genere, la malattia che costringe Elizabeth a letto).

Flush non capisce l’inchiostro sul foglio, ma “legge” il tremore della mano che scrive, gli odori della paura, dell’amore, della gelosia. È un animale che vive nel presente – una passeggiata, un odore nuovo, un’ombra sulla porta – e proprio per questo rivela quanto gli umani siano intrappolati in un passato che rimuginano e in un futuro che temono. Al tempo stesso il suo guinzaglio diventa allegoria: oscillazione continua fra protezione e dipendenza, libertà e oppressione, che vale per il cane, per Elizabeth e, in filigrana, per le relazioni umane in generale. L’animale, qui, non è solo compagno, ma dispositivo narrativo: un modo per disinnescare la retorica della “grande biografia” e sostituirla con una biografia obliqua, affettuosamente ironica, di una donna e del suo tempo.
Un cane come metodo di scrittura: Ivy

Con Helen Humphreys cambia completamente il tono. In And a Dog Called Fig. Solitude, Connection, the Writing Life (uscito anche come Un cane di nome Ivy), l’animale non è un personaggio di finzione, ma il centro di un memoir sulla scrittura. Humphreys racconta la convivenza con i suoi cani – la perdita della vecchia vizsla Charlotte, l’arrivo di Fig, cucciola iperattiva e impegnativa – intrecciandola al racconto della propria vita di autrice. Il cane non osserva la scrittrice dall’esterno: è la scrittrice che si osserva attraverso il cane, usandolo come specchio del proprio processo creativo.
Qui l’animale è soprattutto una metafora pratica, quasi un metodo di lavoro. Humphreys paragona le fasi dell’addestramento alle fasi di un romanzo: la pazienza quotidiana, le abitudini, le regressioni e i progressi, la necessità di esserci ogni giorno anche quando non succede nulla di eclatante. Le passeggiate con Fig diventano l’antidoto alla solitudine dello scrivere, ma anche un modo di guardare il paesaggio “in modo immediato”, con un’attenzione ai dettagli che è la stessa che serve alla pagina. In più Humphreys allarga il discorso, evocando altri scrittori e i loro cani – da Cechov a Alice Walker, passando per la stessa Woolf, che vedeva nei cani il lato privato e ludico dell’esistenza – e costruisce una piccola costellazione letteraria tutta canina.
Se in Flush l’animale serve a smontare dall’interno le certezze della società vittoriana, in Fig il cane è una guida di sopravvivenza al mestiere di scrivere: ti costringe ad alzarti dalla sedia, a camminare, a fare spazio nella giornata a qualcosa che non è né produttività né performance, ma pura relazione. È un animale che restituisce realtà a chi passa le giornate tra parole e fantasmi di carta.

Un cane, un gatto e la nostra voce: Colette
Con Colette entriamo in un altro registro ancora. In Dialoghi animali (i Dialogues de bêtes) i protagonisti sono due: Toby-chien, cane devoto e un po’ ingenuo, e Kiki-la-doucette, gatta indipendente, ironica, insieme affettuosa e sfuggente. Parlano, discutono, litigano, commentano i loro umani; e, nel farlo, svelano molto più degli umani di quanto questi non sospettino. L’animale di Colette è completamente antropomorfizzato: ha una voce articolata, un umorismo appuntito, desideri e risentimenti perfettamente riconoscibili.
Il gioco, però, non è solo comico. I dialoghi tra cane e gatto diventano una piccola commedia filosofica sull’amore, la libertà, la dipendenza. Toby rappresenta l’attaccamento, la fedeltà quasi cieca, il bisogno di appartenenza; Kiki incarna l’autonomia, il rifiuto di farsi definire esclusivamente dal rapporto con i padroni. In mezzo c’è tutto il ventaglio di malintesi che attraversano anche le relazioni umane: proiezioni, aspettative, piccole vendette, incomprensioni quotidiane. Colette sfrutta l’animale per abbassare il tono, rendere più digeribili certi temi, ma non per addolcirli: nelle battute di Kiki e Toby c’è una lucidità spesso più spietata di quella degli adulti che li circondano.
Cosa ci fanno gli animali nei libri?
Mettendo in fila questi tre testi, gli animali sembrano fare tre lavori diversi e complementari. In Woolf, il cane è un occhio estraneo che smaschera il mondo umano: inquadra una società, una stanza, un matrimonio, mostrando quanto di istintivo, di sensoriale, di non detto ci sia sotto la superficie delle buone maniere. In Humphreys, il cane è un alleato del lavoro creativo: struttura il tempo, allenta la solitudine, ricorda al corpo che esiste, e in questo modo tiene in equilibrio chi vive di parole. In Colette, cane e gatto sono maschere teatrali: parlando con voci umane, ci permettono di ridere – e di riconoscerci – nelle nostre ossessioni, nei nostri attaccamenti, nelle nostre furbizie sentimentali.
Forse il punto è proprio questo: l’animale, in letteratura, è il modo più semplice per spostare il fuoco. Non guardiamo più l’“Io” che parla solennemente di sé, ma un altro da noi che ci vede, ci annusa, ci interroga, ci aspetta davanti alla porta o ci ignora deliberatamente. E nel provare a immaginare che cosa pensi un cane, o una gatta come Kiki, finiamo per dire la verità, spesso più nuda, su ciò che pensiamo noi.
Tutti libri riportati nell’articolo sono stati acquistati alla libreria Novarcadia Ubik Casalpalocco




