Due esili che si parlano
Kader Abdolah e Irène Némirovsky: la memoria come patria
Ci sono libri che, posati sullo stesso scaffale, sembrano riconoscersi. Il corvo di Kader Abdolah e Come le mosche d’autunno di Irène Némirovsky appartengono a mondi lontani — l’Olanda del Novecento migrante e la Francia che ospita gli ultimi sussurri della nobiltà russa in fuga — eppure, nel silenzio di una biblioteca personale, si parlano.

Li unisce una stessa ferita: quella dell’esilio. Abdolah, autore iraniano costretto a lasciare il suo Paese dopo la Rivoluzione, costruisce nel personaggio del vecchio Aga Akbar una parabola universale di perdita linguistica e identitaria. Némirovsky, figlia di emigrati russi, racconta invece l’agonia di un mondo che si scopre superfluo: un’aristocrazia in rovina, incapace di abitare davvero la terra d’accoglienza ma ormai senza più patria a cui tornare.
L’esilio come lingua interiore
Entrambi scrivono da un confine, e lo fanno con registri diversi — Abdolah con la parabola allegorica, Némirovsky con una precisione quasi chirurgica — ma il risultato è lo stesso: il racconto del disorientamento. In Il corvo, il linguaggio stesso diventa un territorio da ricostruire; in Come le mosche d’autunno, la memoria è un peso che imprigiona più che consolare.

Né Abdolah né Némirovsky parlano solo dell’esilio fisico; parlano dell’esilio della mente, del cuore, della lingua. Entrambi sanno che ciò che si perde non è solo una casa, ma la capacità di nominare il mondo nel modo in cui lo si conosceva.
Quando i libri si scelgono
Mettere questi due romanzi vicini sulla stessa mensola non è dunque solo un esercizio estetico o tematico, ma un gesto quasi simbolico: significa riconoscere un legame profondo tra autori che, senza sapersi, hanno scritto la stessa nostalgia. Quella di un mondo che si dissolve sotto i piedi mentre si tenta ancora di camminarci sopra.
C’è qualcosa di commovente nel pensare che i libri possano consolarsi a vicenda: che Abdolah e Némirovsky, separati da lingua, secolo e geografia, trovino in una piccola libreria domestica un luogo comune da cui continuare a parlare.
Forse è questa, in fondo, la bellezza dell’ordine affettivo: non quello che segue una logica di scaffale o di catalogo, ma quello che nasce dallo sguardo di chi legge e sente i fili invisibili che uniscono le storie.
E così, tra le pagine di Abdolah e quelle di Némirovsky, l’esilio non è più solo distanza: diventa dialogo, eco, memoria condivisa.




