Jamaica Kincaid: la scrittura come atto di fondazione
La vita
Vi sono esistenze che sembrano costruite attorno a un’unica, irrinunciabile scelta: quella di partire. Non nel senso romantico del viaggio come scoperta, ma nel senso più radicale e doloroso del taglio — la separazione deliberata da tutto ciò che si è stati, da tutto ciò che ci ha formati, da tutto ciò che avrebbe potuto tenerci fermi.
Jamaica Kincaid nasce il 25 maggio 1949 a Saint John’s, Antigua, con il nome di Elaine Potter Richardson. L’isola è allora ancora colonia britannica, e questa condizione — il peso di un’identità plasmata dall’esterno, costruita su un’identità cancellata — diventerà il centro gravitazionale di tutta la sua opera. Cresciuta in una famiglia povera, figlia di un padre falegname e di una madre con cui il rapporto sarà insieme intensissimo e devastante, la giovane Elaine dimostra presto un’intelligenza avida e una sensibilità che la circostanza coloniale non sa dove collocare.
New York
A sedici anni viene mandata a New York come au pair. È il 1965. L’isola resta alle spalle, con sua madre, i suoi fratelli, le sue radici. Non sarà un addio temporaneo. Sarà una fondazione.
Negli anni Settanta comincia a scrivere, adottando lo pseudonimo Jamaica Kincaid — una scelta che non è solo cautela nei confronti della famiglia, ma un atto di creazione di sé: un nuovo nome per una nuova voce. Incontra il giornalismo, poi George W.S. Trow, poi William Shawn, il leggendario direttore del New Yorker, che pubblica i suoi pezzi e la introduce a un mondo letterario che riconosce immediatamente in lei qualcosa di straordinario. Dal 1976 al 1995 è collaboratrice fissa della rivista.
I romanzi, i racconti, i saggi che seguono — Annie John (1985), A Small Place (1988), Lucy (1990), The Autobiography of My Mother (1996) — costruiscono un corpus in cui la voce narrante è sempre, in qualche misura, la stessa: una donna nata in un’isola che porta ancora i segni della schiavitù e del colonialismo, che parte, che osserva, che accusa con una lucidità spietata e una bellezza stilistica che disorienta. Non perché la bellezza ammorbidisca l’accusa, ma perché la rende impossibile da ignorare.
Jamaica Kincaid insegna per decenni all’Università di Harvard. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari internazionali. Ma più di tutto, è diventata una delle voci più necessarie della letteratura postcoloniale mondiale — e lo è diventata lasciando.

Le opere in biblioteca
Annie John (Adelphi, traduzione di Katia Bagnoli) è il romanzo dell’infanzia e dell’adolescenza sull’isola. Il racconto di una bambina che cresce in simbiosi assoluta con la madre e poi, progressivamente, si allontana da lei in una separazione che è anche il preannuncio della separazione più grande, dall’isola, dall’identità coloniale, da sé stessa come era stata costruita. La prosa è limpida e ipnotica, capace di rendere la violenza dei legami affettivi con la stessa precisione con cui descrive la luce caraibica. Annie John è uno dei romanzi di formazione più potenti del Novecento, e il fatto che la protagonista sia una bambina nera in una colonia britannica non ne restringe l’universalità — la espande.
Biografia di un vestito (Adelphi, traduzione di Mariagrazia Gini) è un testo breve e inclassificabile, nato come saggio e costruito come meditazione narrativa attorno a una fotografia: una bambina di tre anni — la stessa Kincaid — in un vestito giallo.
Da quell’immagine si dipana una riflessione sulla memoria, sull’identità, sul rapporto tra l’oggetto e il corpo che lo abita, tra il presente e il passato che lo ha costruito. È un testo che appartiene alla migliore tradizione del saggio letterario anglosassone, quella di Woolf, di Baldwin. E che dimostra come Kincaid sappia fare dell’autobiografia uno strumento filosofico.
In fondo al fiume (Adelphi, traduzione di Katia Bagnoli) è la raccolta di racconti con cui Kincaid si fece conoscere al grande pubblico, inizialmente pubblicati sul New Yorker. I testi — brevi, densi, quasi allucinati — abitano lo spazio tra il sogno e la veglia, tra il mito e la quotidianità caraibica, tra la voce della madre e quella della figlia.
È una scrittura che precede la narrativa più convenzionale dei romanzi, e che ne conserva il nucleo più puro: quella capacità di portare il lettore dentro un’esperienza sensoriale ed emotiva altrui con un’immediatezza quasi fisica.
Il tema natale di Jamaica Kinkaid
Gemelli | Luna e Marte in Toro | Mercurio, Venere, Urano in Gemelli | Giove in Acquario | Saturno e Plutone in Leone | Nettuno in Bilancia | Chirone in Sagittario | Lilith in Ariete
Il tema natale di Jamaica Kincaid urla comunicazione. Non nel senso banale di chi ama parlare, ma nel senso più profondo e più esigente: il bisogno di dire come atto di sopravvivenza, come riparazione, come ribellione.
Il Sole in Gemelli è già di per sé la firma di un’intelligenza duplice, capace di tenere insieme prospettive contraddittorie senza bisogno di risolverle, l’isola e New York, la figlia e la madre, la vittima e la testimone. Ma quando a quel Sole si aggiunge la congiunzione di Mercurio, Venere e Urano nello stesso segno, si ottiene qualcosa di raro e straordinario. Non solo il bisogno di comunicare, ma la necessità di farlo in modo che rompa qualcosa, che sovverta l’ordine delle cose, che lasci il lettore irrimediabilmente cambiato.
Mercurio governa il pensiero e la parola. Venere è la forma che si ama dare a ciò che si dice. Urano è la carica eversiva, rivoluzionaria, che non accetta le strutture ereditate. Insieme, in Gemelli, configurano una voce letteraria che è precisamente quello che Kincaid ha costruito. Una prosa circolare, ossessiva, bellissima e devastante, che usa la forma per sovvertire il contenuto, che usa la dolcezza per rendere l’accusa più tagliente.
La Luna e Marte in Toro aggiungono una tensione fondamentale. La mente è aerea, duplice, geminiana — ma le radici sono pesanti, taurine, carnali. La Luna in Toro porta con sé un legame viscerale con l’origine, con la terra, con il corpo della madre — non la madre affettiva soltanto, ma la madre come luogo, come paesaggio, come lingua. Non è un caso che Antigua sia sempre presente nei romanzi di Kincaid, anche quando la protagonista è a New York, anche quando è adulta, anche quando è diventata un’altra: l’isola non si lascia dietro, si porta con sé come un peso e come una necessità.
Marte in Toro aggiunge a questa radicalità taurina una determinazione che non si piega: è la forza di chi sa che deve partire ma non abbandona nulla, perché porta tutto con sé, trasformato.
Saturno e Plutone in Leone
Qui siamo nel punto più drammatico del tema. Saturno in Leone parla di una relazione difficile con l’identità pubblica, con la necessità di costruire se stessa come figura centrale della propria esistenza — e di farlo attraverso la disciplina, la fatica, la rinuncia. Non il riconoscimento facile, ma quello conquistato a caro prezzo. Plutone in Leone intensifica questa configurazione con una qualità quasi mitologica: la trasformazione radicale, la morte simbolica di ciò che si era, la rinascita come altro.
Il taglio con la famiglia ad Antigua non fu una fuga — fu una fondazione. Un atto di creazione di sé che richiese di lasciare morire una versione di Jamaica Kincaid perché un’altra potesse nascere e parlare. Plutone non perdona e non dimentica: ciò che viene tagliato viene tagliato fino alla radice, ma quella radice alimenta — segretamente, sotterraneamente — tutto ciò che cresce dopo.
Giove in Acquario è il mandato universalista.
Non basta dire la propria storia: occorre che quella storia diventi paradigma, che l’esperienza personale si apra verso una comprensione più larga delle strutture del potere coloniale, delle loro conseguenze sui corpi e sulle menti. Giove in Acquario è la vocazione a scrivere per qualcuno che non si conosce ancora, a fare del racconto uno strumento di coscienza collettiva. È ciò che distingue Kincaid dalla semplice autobiografia: non si racconta per ricordare, ma per svegliare.
Nettuno in Bilancia porta la dimensione del sogno, dell’ambiguità, del confine poroso tra il reale e il mitico — quella qualità allucinata che si avverte soprattutto nei racconti di In fondo al fiume, dove le voci si mescolano, i tempi si dissolvono, il reale cede continuamente a qualcosa di più antico e più oscuro. È la scrittura come transe, come accesso a strati dell’esperienza che la narrazione realistica non sa toccare.
Chirone in Sagittario è la ferita che viene dall’esterno, dalla dottrina, dalla cultura imposta — il dolore di chi è stato educato a credere in una versione del mondo che lo escludeva o lo degradava.
Per Kincaid, cresciuta in una scuola coloniale britannica dove imparava a memoria i re d’Inghilterra senza conoscere la storia della propria isola, Chirone in Sagittario ha la forma precisa del curriculum coloniale: la ferita del sapere imposto, della storia cancellata, dell’identità costruita su una menzogna. La guarigione — parziale, come sempre con Chirone — passa attraverso la scrittura stessa, attraverso il recupero di una voce che dica la propria versione dei fatti.
E poi c’è Lilith in Ariete.
È il punto del tema che forse più di ogni altro illumina la scelta di partire. Lilith è la parte selvaggia, quella che rifiuta la subordinazione, quella che preferisce l’esilio all’obbedienza. In Ariete — il segno del fuoco primordiale, dell’impulso, dell’io che si afferma senza mediazioni — Lilith assume una qualità di esplosione. Per tutta la giovinezza ad Antigua, quella rabbia era rimasta compressa: dal contesto familiare, dalla povertà, dalla società coloniale che non le lasciava spazio.
New York le ha dato il permesso. O forse, più precisamente: a New York non c’era più nessuno a cui dover chiedere il permesso. Lilith in Ariete si è palesata come determinazione assoluta, come rifiuto di qualsiasi forma di contenimento, come la forza — selvaggia, luminosa, pericolosa — che ha reso possibile tutto il resto.
Jamaica Kincaid ha lasciato la propria famiglia per sollevare la testa, allargare lo sguardo e parlare al mondo del postcolonialismo e delle sue conseguenze. Lo ha fatto perché, forse, non avrebbe potuto farlo da dentro. E il suo tema natale lo aveva scritto fin dall’inizio, in un linguaggio che solo adesso sappiamo leggere.
Le opere di Jamaica Kincaid citate in questo articolo sono pubblicate in Italia da Adelphi Edizioni.
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