In Mal di casa. Perché vivo in un capanno Catrina Davies trasforma una crisi personale in un atto di libertà: lascia una stanza-ripostiglio a Bristol e sceglie un capanno vicino all’oceano per reinventare la propria vita, accompagnata dalla scrittura.
Da Bristol al capanno: scegliere di “uscire dal binario”
Quando la incontriamo nel libro, Catrina ha trentun anni, divide un appartamento a Bristol con altre cinque persone e ogni mese lotta per pagare l’affitto di una stanza minuscola che somiglia più a un ripostiglio che a una casa. Lavora in modo intermittente, tra piccoli impieghi e progetti creativi che non riesce a coltivare perché è sempre troppo stanca o troppo preoccupata per i soldi.
A un certo punto capisce che quella vita “normale” non è più sostenibile: non solo economicamente, ma soprattutto emotivamente. È allora che decide di tornare in Cornovaglia, nella terra dell’infanzia, con un’idea radicale nella sua semplicità: prendere possesso del vecchio capanno abbandonato che il padre usava come ufficio prima del fallimento e provare a farne casa sua.
Una nuova vita più libera (e più scomoda)
Il capanno è tutt’altro che idilliaco: è malridotto, non avrebbe i requisiti per essere abitato, mancano servizi basilari, e ogni gesto – scaldare l’acqua, riparare il tetto, portare la luce – richiede tempo, fatica, improvvisazione. Ma proprio in questa scomodità Catrina trova lo spazio mentale che in città le era negato: tempo per sé, per il corpo (il surf), per la musica e, soprattutto, per la scrittura.
La sua scelta non è un ritiro romantico dal mondo, quanto piuttosto un modo per rinegoziare il patto tra lavoro, denaro e vita: accettare una condizione materiale più spartana per recuperare una forma di libertà interiore e creativa. Lontana dal ritmo della “civiltà dei consumi, del successo e dell’autoaffermazione”, come recita la presentazione del libro, riscopre un’esistenza più dura e selvaggia ma anche più intensa e coerente con il proprio sentire.
La scrittura come strumento di trasformazione
In questo percorso la scrittura non è un semplice resoconto a posteriori: è il mezzo con cui Catrina accompagna e rende possibile il cambiamento. Nel memoir la vediamo conquistare passo dopo passo non solo l’abitabilità del capanno – l’acqua, il calore, le riparazioni – ma anche un nuovo linguaggio per raccontare la propria vita, intrecciando riflessione personale, critica sociale e descrizione del paesaggio.
Le pagine di Mal di casa sono piene di appunti, pensieri, citazioni (fra cui Thoreau e il suo Walden), che funzionano come bussola in un processo di disapprendimento: smettere di misurare il proprio valore secondo parametri esterni e trovare parole capaci di restituire complessità a ciò che spesso viene liquidato come “fallimento”. È attraverso la scrittura che una scelta percepita dall’esterno come “stramba” – vivere in un capanno – si rivela invece un tentativo lucido di vivere con maggiore verità.
Per chi scrive, leggere Mal di casa significa anche interrogarsi su come la pratica della scrittura possa essere una forma di architettura invisibile: un modo per costruire casa dentro e intorno a sé, quando le case fisiche sembrano irraggiungibili o ostili.
Una storia, due sguardi: vita quotidiana e politiche abitative
Il libro tiene insieme due livelli: la storia concreta di una donna che prova a ridisegnare la propria esistenza e la denuncia più ampia di un sistema abitativo ingiusto. Su Hometelling.com, Manipa ha già esplorato Mal di casa dal punto di vista delle politiche abitative, del ruolo dell’overtourism e della trasformazione della casa in oggetto di speculazione; se ti interessa questo versante trovi la recensione qui: leggi l’articolo su Hometelling.com.
Su manipa.it, invece, questo libro dialoga in modo privilegiato con chi vive la scrittura come pratica esistenziale: Mal di casa mostra quanto il gesto di raccontare – di raccontarsi – possa diventare una forma di resistenza, di cura e di progettazione di una vita diversa.

Edizioni di Atlantide: un libro-oggetto fuori dall’ordinario
In Italia Mal di casa è pubblicato da Edizioni di Atlantide, casa editrice indipendente che ha fatto dell’originalità delle scelte e della cura estrema dell’oggetto-libro una vera poetica. Atlantide stampa tirature limitate di 999 copie numerate, lavora fuori dalle grandi catene e concentra il catalogo su pochi titoli l’anno, pensati per “attraversare il tempo” più che per inseguire le mode.
Ogni libro nasce come pezzo unico: carta di pregio, attenzione maniacale alla veste grafica, assenza di collane rigide e un’idea di catalogo come “collana unica” che invita i lettori a muoversi liberamente fra narrativa, saggistica, filosofia. Anche Mal di casa, in questo contesto, diventa qualcosa di più di una testimonianza sulla crisi abitativa: un oggetto pensato per essere tenuto, letto, riletto, quasi una piccola casa di carta in cui tornare ogni volta che sentiamo quel sottile malessere che chiamiamo, appunto, “mal di casa”.
Catrina Davies Mal di casa Atlantide, 336 pagine ISBN 9791280028020





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