Federico García Lorca e Poeta a Nuova York: la parola al cospetto dell’abisso
Nell’estate del 1929 Federico García Lorca, poco più che trentenne e già celebrato come la voce più luminosa della sua generazione, lasciò la Spagna per imbarcarsi verso gli Stati Uniti, dove avrebbe trascorso quasi un anno fra le aule della Columbia University e le strade di una Manhattan che di lì a pochi mesi sarebbe sprofondata nel più rovinoso crollo finanziario del secolo. Da quell’esperienza di spaesamento — un poeta andaluso, cresciuto nella luce e nel canto popolare della Vega di Granada, gettato nel cuore pietrificato del capitalismo moderno — nacque la raccolta più radicale e visionaria della sua intera opera.
La città di vetro e il crollo
Lorca giunse a New York portando con sé un’eredità poetica intrisa di tradizione orale, di zingari e coltelli, di un’Andalusia arcaica e ferina. La metropoli gli oppose il proprio rovescio esatto: una geometria disumana di acciaio e cemento, una folla anonima, una solitudine vertiginosa. Quando, nell’ottobre di quello stesso anno, il tracollo di Wall Street precipitò la città nell’angoscia, il poeta vi lesse la conferma di un’intuizione già maturata: che la civiltà delle macchine, recisa dalla natura e dal sangue, fosse destinata a divorare l’uomo che l’aveva edificata.

Dalla chitarra al grattacielo
Con Poeta a Nuova York Lorca compie una rottura deliberata con il folclore che il pubblico gli aveva cucito addosso. Abbandona la metrica popolare, adotta il versetto libero e un’immaginazione vicina al surrealismo, pur senza mai cedere all’automatismo ortodosso di Breton, che giudicava sterile: le sue immagini conservano sempre un fondamento concreto, terrestre, persino corporeo.
Al centro della raccolta sta la solidarietà con gli oppressi — i neri di Harlem, nei quali riconosce una dignità ferita e una vitalità autentica, e gli emarginati di ogni specie. Nella celebre «Ode a Walt Whitman» rivendica una fratellanza universale e una libertà del desiderio che suonavano, nel 1929, di sorprendente audacia. Il libro non vide la luce in vita: apparve postumo nel 1940, quattro anni dopo che le squadre franchiste avevano fucilato il poeta nei pressi di Víznar, all’alba della guerra civile, gettandone il corpo in una fossa mai ritrovata.
Un cielo di parola e di morte
Il tema natale è impostato senza ora di nascita in quanto ignota, e perciò saggiamente lasciata indeterminata, così che la carta rinuncia ad Ascendente e case — offre comunque, sul piano dei segni e degli aspetti maggiori, un ritratto di rara coerenza.
Il Sole splende in Gemelli, segno della parola, della molteplicità, della metamorfosi: la firma più ovvia, e tuttavia veritiera, di un artista che fece del linguaggio la propria sostanza.
Una parola perennemente affacciata sulla morte
La vera rivelazione, però, sta in ciò che al Sole si accompagna. A meno di un grado di distanza si stringe Plutone, signore degli abissi, della morte e della trasformazione; poco oltre, ancora in Gemelli, veglia Nettuno, pianeta del sogno, della dissoluzione e della visione.
Questa concentrazione — in parte eredità di un’intera generazione, segnata dal lento transito di Nettuno e Plutone nel segno dei Gemelli, in parte resa personale dall’abbraccio strettissimo del Sole a Plutone — racconta meglio di ogni biografia il nodo segreto della sua arte: una parola perennemente affacciata sulla morte, un’immaginazione che attinge al sogno e all’oscuro.
Non è forse questo il duende, quella potenza terrestre e mortale che Lorca, nella conferenza del 1933, descriveva come un fuoco capace di salire dalle piante dei piedi?
Mercurio, signore dei suoi Gemelli, non si trova però nel proprio regno aereo, bensì in Toro, segno di terra: dettaglio prezioso, che corregge ogni lettura troppo cerebrale del poeta. La sua intelligenza non è astratta, ma sensuale, radicata nel corpo e nella materia, fatta di colori densi, di sapori, di immagini che si possono toccare.
Marte domina nel proprio domicilio dell’Ariete — ardore, impeto, coraggio, e, se si vuole seguire il simbolo fino in fondo, il presagio di una fine violenta. Venere in Cancro aggiunge la tenerezza e la nostalgia delle radici, l’attaccamento alla casa e alla terra natale; la Luna in Sagittario, infine — collocazione che l’assenza dell’ora rende lievemente incerta nel grado, ma non nel segno — disegna l’anima del viaggiatore, di chi insegue orizzonti lontani, come quel viaggio americano da cui tutto questo prese forma.
Un ultimo tratto merita attenzione. Nella carta l’elemento Aria domina sovrano, seguito dal Fuoco, mentre l’Acqua si riduce a una sola, esile presenza. In un poeta che la vulgata vorrebbe tutto passione e sentimento, la scoperta sorprende e illumina: l’emozione, in Lorca, non scorre quasi mai allo stato fluido, ma si trasfigura all’istante in idea, in immagine, in canto. Il suo è un sentire che diventa subito linguaggio.
(Resta, doverosa, l’avvertenza di metodo: senza un’ora certa ogni discorso su case, Ascendente e parti ermetiche perde fondamento, e persino la posizione lunare va accolta con la prudenza che si deve a un dato approssimato. Ma i segni e le congiunzioni maggiori reggono, e parlano. )
La bandella
In quel cielo di parola e di morte, di terra e di sogno, è difficile non riconoscere l’uomo che scrisse Poeta a Nuova York e che la storia avrebbe consegnato, troppo presto, alla leggenda.Se con la pubblicazione del “Romancero gitano” Federico García Lorca aveva toccato una delle vette della poesia spagnola del suo tempo, è con la raccolta postuma Poeta en Nueva York che si guadagna un posto di primissimo piano nel pantheon della grande poesia novecentesca, cavalcando in modo del tutto originale l’onda del più avanzato surrealismo internazionale. Un «grido di appassionata protesta contro l’americanismo e la civiltà meccanica raffigurate come un ossessionante trionfo della morte»: così, con Vittorio Bodini, si può ancora definire in una sintesi estrema “Poeta a Nuova York”, senza dimenticare però che le radici dell’opera e il suo senso più cocente e più autentico sono da ricercare piuttosto nel personale tormento che attanagliava il cuore e la mente del poeta in quegli anni. La critica si è interrogata a lungo sulle ragioni che avrebbero spinto García Lorca, nel giugno del 1929, ad imbarcarsi sul transatlantico Olympic alla volta di New York e Cuba, trattenendosi lontano da casa per più di un anno; dalle lettere e le testimonianze si evincono nel poeta forti angosce legate a difficoltà sentimentali (come la fine della relazione con il giovane scultore Emilio Aladrén) e di realizzazione personale, una condizione paradossalmente acuita proprio dallo strepitoso successo del “Romancero”, che lo trasformava in personaggio pubblico facendone però il poeta delle gitanerías, come a rinfacciargli una poesia tutta ripiegata sul folklore, anziché aperta alle nuove linee dell’arte europea. Questa nostra edizione rappresenta la prima traduzione italiana basata sull’edizione critica di Andrew A. Anderson (2013), che viene riportata nel testo a fronte. Federico García Lorca Passigli pagine 224 ISBN 9788836817757
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