C’è un momento preciso in cui ci si accorge di avere meno anni davanti che alle spalle. Non è necessariamente un momento drammatico — può essere una mattina qualunque, uno specchio, il funerale di un amico coetaneo. Ma da quel momento in poi il modo di guardare la propria vita cambia. Si smette di costruire e si comincia a fare i conti. È esattamente da questo punto che Philip Roth scrive Everyman, pubblicato nel 2006, a settant’anni suonati. Ed è difficile non sentire, in ogni pagina, quanto di personale ci sia in questo romanzo breve e spietato.
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La casa del silenzio
Fatma, insieme al nano Recep, figlio illegittimo del suo defunto marito, vive ancora nella casa in cui si trasferì con il suo sposo – un medico fallito, attivista politico e alcolista – quando decisero di abbandonare Istanbul agli inizi della rivoluzione del 1908. Nella cadente villa in legno Fatma, altezzosa e bisbetica, trascorre i giorni e le notti assorta nei ricordi, a rodersi in un cupo sentimento. I suoi figli sono morti, ma i suoi tre nipoti ogni estate vanno a trovarla per un breve soggiorno.

Faruk, il maggiore, è uno storico che, abbandonato dalla moglie, ha trovato nell’alcol un efficace palliativo alla noia; Nilgün è un’affascinante studentessa progressista che sogna una rivoluzione sociale che non arriva mai; il giovane Metin è un genio della matematica che vuole emigrare negli Stati Uniti per arricchirsi. Tutti e tre, per motivi diversi, desiderano che la nonna venda la casa.
Autore Orhan Pamuk, traduzione di Francesco Bruno
Einaudi editore, collana Super ET, ISBN 9788806183516
Pagine 372






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