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La radura chiama. Ma non tutte possono sentirla

Posted on 27 Aprile 202627 Aprile 2026 by MANIPA

Alessandra Castellazzi, Toni Morrison, Joan Lindsay: tre romanzi, tre luoghi magici, una domanda comune sul rapporto tra donne, natura e mondo spezzato

Sulle rive dell’Adda, nascosta alla vista di chi non è stato scelto per trovarla, esiste una radura. L’erba vi cresce rigogliosa anche quando la siccità ha bruciato tutto intorno. L’aria ha un peso diverso. E alcune donne, attirate da una forza che non sanno nominare, ci arrivano e non tornano più come prima — o non tornano affatto.

Questo è il cuore di La radura, il romanzo d’esordio di Alessandra Castellazzi pubblicato da e/o, che mi ha accompagnata nelle ultime settimane con una persistenza rara. Non è un libro che si finisce e si lascia: è un libro che resta, come certi luoghi in cui si ha la sensazione di essere stati osservati.

La radura: percorso di lettura

La protagonista cerca qualcosa che ha perso. Intorno a lei, un paesino sull’Adda colpito prima dall’alluvione e poi dalla siccità — una natura già fuori asse, già segnata da qualcosa che non funziona più. La radura è una presenza reale e insieme simbolica, fisica e interiore. Non tutti possono vederla. Non tutti vengono scelti. Quello che succede a chi ci arriva è meglio scoprirlo leggendo: il finale è sospeso, com’è giusto che sia. Alcune domande non meritano risposta, meritano solo di essere tenute aperte.


Una genealogia che non sapeva di avere

Leggendo La radura ho pensato a due altri libri, apparentemente lontanissimi. A Amatissima di Toni Morrison, dove nel bosco dell’Ohio una comunità di liberti trova, per un istante di grazia, qualcosa che assomiglia alla libertà. E a Picnic ad Hanging Rock di Joan Lindsay, dove una roccia nel bush australiano inghiotte alcune studentesse vittoriane in un pomeriggio di febbraio, senza spiegazioni, senza restituzione.

Tre romanzi scritti da tre donne, in tre epoche e tre continenti diversi. Tre luoghi naturali — una radura padana, un bosco americano, una formazione rocciosa australiana — che si comportano in modo simile: selezionano. Non accolgono tutti. Non sono paesaggi neutri. Hanno qualcosa che assomiglia a un’intenzione.

Il parallelo non è atmosferico — non è solo questione di boschi misteriosi e atmosfere sospese. È strutturale. In tutti e tre i casi la natura non aspetta: chiama. E risponde a uno squilibrio.


Quando il mondo si spezza, la natura si fa altrove

In Amatissima lo squilibrio si chiama schiavitù. È la violenza più totale che si possa esercitare su un essere umano: fare di un corpo una proprietà. La radura nel bosco è il luogo dove i liberti possono, per un momento, smettere di essere cosa di qualcuno. La natura offre quello che la società nega: un corpo che appartiene a sé stesso, una voce che non deve chiedere permesso. Che poi quella stessa radura sia il luogo in cui Sethe compie il gesto che definisce tutto il romanzo è la tragedia più amara di Morrison: persino il rifugio è contaminato dallo squilibrio che avrebbe dovuto escludere.

In Picnic ad Hanging Rock lo squilibrio è il bigottismo vittoriano — la repressione del corpo femminile, l’educazione come gabbia, la colonia inglese che impone i suoi codici su un continente che ha tutt’altra logica. Le ragazze che scompaiono sono quelle che il sistema stava per consegnare al matrimonio, alla rispettabilità, all’obbedienza. La roccia non le chiama verso la libertà in senso romantico: le ingloba, come se la natura australiana si rifiutasse semplicemente di restituirle a un ordine che non le appartiene. Non spiega. Non consola. Tace.

In La radura di Castellazzi lo squilibrio è doppio e contemporaneo. Da un lato la crisi climatica: il paesino sull’Adda ha alluvionato pochi mesi prima e ora la siccità brucia tutto. La natura è già instabile, già contraddittoria, già segnata da qualcosa che non funziona più. La radura rigogliosa in mezzo alla terra arida non è solo simbolica: è già perturbante prima ancora di diventare magica. Dall’altro, c’è qualcosa di più intimo — la pressione sociale, le aspettative, il peso di essere figlie, sorelle, donne in un posto piccolo. Le ragazze che vengono chiamate dalla radura sono quelle che forse, in qualche modo, stavano già cercando un’uscita.


Non è un caso che siano tutte donne

Morrison, Lindsay, Castellazzi. Le protagoniste che vengono chiamate dalla natura sono donne. La lettura facile sarebbe quella dell’affinità essenziale: le donne sarebbero più vicine alla natura perché più istintive, più corporee, più cicliche. Questa lettura è comoda e falsa, ed è stata usata per secoli tanto per celebrare le donne quanto per tenerle lontane dalla cultura, dalla razionalità, dal potere.

La lettura più onesta è quasi l’opposto. Le donne vengono attratte dalla natura non perché le appartiene per essenza, ma perché la società le ha sistematicamente escluse da tutto il resto. La natura diventa rifugio non per affinità biologica, ma per esclusione storica. È la stessa logica del concetto centrale che attraversa questi tre romanzi: quando lo squilibrio umano diventa insostenibile, la natura si fa altrove. E chi è più esposta allo squilibrio — le schiave di Morrison, le educande vittoriane di Lindsay, le donne di un paesino padano contemporaneo — sente più urgentemente il richiamo di quell’altrove.

C’è anche un modo di scrivere la natura che queste tre autrici condividono e che le distingue da molta tradizione letteraria maschile. Non c’è conquista. Non c’è esplorazione. Non c’è appropriazione. La natura non è territorio da mappare ma presenza da riconoscere. Si sta, in questi romanzi, nella natura come si sta davanti a qualcosa di più grande — senza pretendere di capirlo del tutto, senza cercare di dominarlo.


Dove si posiziona Castellazzi

La radura occupa uno spazio interessante tra i due modelli. Ha la selettività quasi rituale di Morrison — la radura sceglie chi può vederla, non tutti hanno accesso — ma il finale sospeso e l’assenza di spiegazione la avvicinano al silenzio di Lindsay. Non è né la grazia collettiva di Amatissima né il vuoto assoluto di Picnic ad Hanging Rock: è un luogo che promette qualcosa senza mai consegnarlo, e quella promessa non mantenuta è forse la cifra più contemporanea dei tre libri.

C’è anche un’altra differenza che vale la pena notare. In Morrison la radura è un luogo comunitario: ci si va insieme, la liberazione è collettiva, il dolore è collettivo. In Lindsay e in Castellazzi la chiamata è individuale, solitaria. Le ragazze vengono attratte una per una. Non è il luogo dove la comunità si riconosce, ma il luogo dove l’individuo — femminile, in transizione, in fuga da aspettative troppo pesanti — si sottrae. La scomparsa, in questa lettura, non è necessariamente morte. È rifiuto di tornare.


Percorso di lettura

Leggi La radura se ti sono piaciuti

  • Amatissima di Toni Morrison — per la natura come luogo del sacro e del trauma
  • Picnic ad Hanging Rock di Joan Lindsay — per la natura che non spiega e non restituisce
  • La vegetariana di Han Kang — per il corpo femminile che cerca nella natura una via d’uscita
  • Nella foresta di Jean Hegland — per la sopravvivenza come forma di ritorno all’essenziale

Non adatto a chi cerca spiegazioni, chiusure narrative nette, o considera la natura solo come cornice.


Alessandra Castellazzi presenta La radura alla libreria Ubik di Casalpalocco. Se avete letto Toni Morrison e Joan Lindsay, andate. Se non li avete letti, andate lo stesso — e poi leggete tutto il resto.

Alessandra Castellazzi, La radura, e/o, 2025

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