Hannah Arendt

Filosofa tedesca. 
Formatasi nelle università di Marburgo, Friburgo e Heidelberg, ebbe come maestri Heidegger, R. Bultmann e K. Jaspers.
Di origini ebraiche, nel 1933 emigrò in Francia, per poi trasferirsi negli Stati Uniti nel 1940.
I suoi principali interessi si sono orientati sull’agire politico, inteso come dimensione pubblica dell’esistenza umana.
In “Le origini del totalitarismo” (1951), la Arendt ricostruisce il processo storico
che ha condotto alle dittature europee e alla seconda guerra mondiale; i momenti decisivi di tale processo (antisemitismo, imperialismo e trasformazione plebiscitaria delle democrazie) sono interpretati come effetti di una complessiva de-politicizzazione della cultura moderna.
“Vita activa” (1958) propone l’e1aborazione in termini filosofici del contrasto tra un tipo di
comunità politica – la polis greca al tempn di Pericle – e la decadenza dell’agire politico nel pensiero occidentale.
Benché nella contrapposizione tra Grecia e modernità si avvertano influssi heideggeriani, la Arendt rifiuta l’esito anti-mondano dell’ultima filosofia di Heidegger.
L’agire, per la Arendt, definisce l’essere umano come essere-con-gli-altri: l’identità umana costituisce nell’intimità della coscienza soggettiva e neppure nella società (intesa come sfera dei bisogni, del lavoro e della riproduzione), ma piuttosto nella sfera pubblica.

La Arendt ha delineato quest’antropologia politica in numerosi contributi: “Sulla rivoluzione” (1963) analizza soprattutto gli esiti perversi delle rivoluzioni americana e francese, cioè il passaggio dalla libertà pubblica al dominio della società amministrata e dello Stato
“Passato e futuro” (1961) e altri saggi estendono la critica della modernità a problemi come la storia, l’autorità e la tradizione; “Ebraismo e modemità” (1978, postumo), e, soprattutto “Rahel Varnhagen” (1958), biografia di un’eroina della Berlino romantica, interpretano l’ebraismo moderno come scisso tra l’aspirazione all’assimilazlone sociale e la fuga nell’interiorità, aspetto proprio di una più ampia tendenza del moderno alla polarizzazione tra coscienza soggettiva e sfera sociale.
Favorevole a una cultura ebraica laica e tollerante, la Arendt si è spesso trovata in contrasto con le comunità ebraiche ortodosse, a partire dal controverso reportage sul caso Eichmann, “La banalità del male” (1963).
Negli ultimi anni della sua riflessione, ha operato una rivalutazione della vita contemplativa; in “La vita della mente”, opera rimasta incompiuta e uscita postuma nel 1978, l’esperienza spirituale viene articolata in tre attività fondamentali: pensare, volere e giudicare
Senza rinunciare al ruolo preminente dell’agire nella definizione dell’identità umana, la Arendt
esprime un certo scetticismo nei confronti della possibilità di un’esperienza politica autenticamente libertaria nella società di massa.
Atteggiamento ribadito anche nel ciclo dl lezioni sulla filosofia politica di Kant (1982, postumo)in cui la dimensione pubblica dell’esistenza non è più individuata nell’agire politico, ma nel giudizio, vale a dire nella capacità di saper osservare lo “spettacolo del mondo”.

Tratto dall’enciclopedia Garzanti della Filosofia

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